Il grattacielo più alto di San Francisco e il senso di colpa del tech

Da La Stampa del 9 gennaio 2018.

Quando ieri i primi dipendenti di Salesforce hanno varcato i tornelli della loro nuova torre, che svetta su San Francisco, hanno infranto inconsapevolmente l’ultimo tabù dell’industria tech. Dall’epoca delle start-up nei garage di casa i colossi digitali prendono quota, fino ai 326 metri del grattacielo che ospiterà i lavoratori della società di software per le imprese. Non è la prima volta che un grande del tech si regala un quartier generale costoso, ma finora Apple, Google e Facebook avevano investito sui campus e l’aspirazione all’altezza era ancora affare del potere tradizionale, quello finanziario.

Il grattacielo ridisegna l’orizzonte di San Francisco proprio nel 2018 dei dilemmi morali per i grandi della tecnologia, divenuti troppo ricchi per sembrare simpatiche startup e troppo potenti, spesso più potenti perfino degli stati, per non essere oggetto di pubblico scrutinio.

Il 4 gennaio è stato il fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, a confermare l’umore della Silicon Valley, passando dal motto degli inizi – «Move fast and break things» – al proposito per l’anno nuovo: «Riparare» i problemi di Facebook, dalla diffusione di notizie false alle accuse di creare app che darebbero dipendenza. Negli scorsi anni i propositi di Zuckerberg erano stati imparare il cinese, leggere venticinque libri o andare a correre. «Questo è un anno serio, il mondo si sente ansioso e diviso e Facebook – ha scritto – ha molto lavoro da fare». Possono apparire solo parole, ma hanno un significato preciso.

Qualche settimana prima della fine del 2017 era stato l’amministratore delegato di Google, Sundar Pichai, a confermare lo spirito del tempo, dichiarando: «Non possiamo fare errori». Ancora, sembrano parole, ma arrivano da chi è cresciuto proprio legittimando la cultura dello sbaglia-e-impara, fallisci-e-rinasci. Se gli errori toccano la società, la società di tutti, allora non si possono fare più errori.

In parte sono prese di posizione tattiche, perché da Washington a Bruxelles i governi provano a imbrigliare le piattaforme con nuove regole. Il gran problema sarà trovarle, le regole, e farle equilibrate, ma l’industria si prepara agli scossoni.

L’autoregolazione è sicuramente preferibile a norme che possono mettere a rischio modelli economici consolidati. Così le società, che proprio perché sono ormai multinazionali con ricavi miliardari hanno uffici legali e strutture da battaglia, corrono ai ripari. Alzano gli standard interni per evitare scandali, pur senza rinunciare al caro vecchio lobbying nei palazzi del potere.

È un momento di riflessione anche fisiologico, dopo la grande rincorsa che ha portato Apple, Alphabet, Microsoft, Amazon e Facebook a essere le prime società per valorizzazione al mondo. Nonostante l’economia corra, nonostante la disoccupazione in California sia scesa al 4,9%, il punto più basso da quarant’anni, qualcosa non sta funzionando. Basta scendere dal grattacielo e parlare con i senzatetto di San Francisco.

La nuova torre della Silicon Valley, acciaio e vetro per 61 piani, è così alta che si vede da quasi tutti gli angoli della città, tra una salita e l’altra. È perfino più alta della coltre di nebbia che puntuale risveglia al mattino gli abitanti della Bay Area. Se la tecnologia tocca il cielo con un dito, non può più nascondersi. Il mondo sta guardando.

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