Una Onu delle notizie. La proposta del Reuters Insistute

Da La Stampa del 18 aprile 2018.

Per costruire un ecosistema sostenibile dopo la grande guerra delle incomprensioni tra giornali e piattaforme digitali è tempo di far nascere una nuova istituzione, le «Nazioni Unite delle notizie». La proposta del direttore del Reuters Institute per lo studio del giornalismo è controintuitiva perché arriva dopo anni in cui abbiamo quasi fatto l’abitudine a leggere dati sulla sfiducia verso le istituzioni. Istintivamente dubitiamo che ci serva proprio un nuovo corpo super partes per ritrovare l’equilibrio.

Ma Rasmus Kleis Nielsen è partito dalla ricerca e dai numeri – l’istituto è il dipartimento di giornalismo di Oxford – per arrivare a formulare questa proposta. Il 65% dei lettori di notizie in tutto il mondo accede all’informazione attraverso le piattaforme digitali della nostra attenzione, in primis social media e motori di ricerca, quasi sempre Google e Facebook. La quota arriva al 73% se consideriamo i lettori con meno di 35 anni.

La ricerca del Reuters Institute non diffonde facili allarmi per i presunti effetti negativi, tanto discussi, sulla polarizzazione delle opinioni nei nostri gruppi di amici. Si concentra piuttosto sul conto economico delle aziende editoriali. Nell’industria la parola del momento è un ritorno al passato: gli abbonamenti, anche sul digitale, iniziano a dare qualche frutto. Ma ci vuole pazienza, costanza e capacità di investire. La preoccupazione numero uno è la pubblicità, sempre più terra di conquista di Google e Facebook. «La produzione di notizie è stata storicamente supportata dalla pubblicità, che sta conoscendo un calo strutturale», dice Kleis Nielsen, ospite del Festival del Giornalismo a Perugia. «La gran parte dei giornali – continua – non sarà più in grado di incassare la quantità di denaro che faceva in passato perché non ha più il potere di una volta sul mercato ed è costretto a competere direttamente con le piattaforme che offrono pubblicità più economica e personalizzata».

Le conseguenze sono pericolose per i giornali e non solo, considerato il ruolo di quarto potere che la stampa ha da secoli, dalla cronaca di un consiglio comunale all’intervista sulla nascita del nuovo governo. C’è da dire che gli editori si sono attrezzati, e da anni è in corso un dialogo, a volte positivo, altre faticoso, con le grandi piattaforme digitali. Sono però spesso incontri uno a uno, frammentari, con qualche eccezione come la Digital News Initiative, promosso da un gruppo di giornali, inclusa La Stampa, con Google. Serve dunque un passo ulteriore. «L’idea è istituzionalizzare un dialogo – dice Kleis Nielsen – per affrontare i problemi comuni e trovare soluzioni, con standard uguali per tutti, e accordi vincolanti per entrambe le parti». In questo modo la dinamica della trattativa, che inevitabilmente vede le società tecnologiche che riescono ad attrarre fino all’80% della pubblicità digitale in molti mercati, in un ruolo prevalente, dovrebbe essere riequilibrata. Anche gli editori più piccoli nel panorama mondiale potrebbero avere un ruolo. Il confronto si potrebbe aprirsi su modelli economici nuovi e diversi che garantiscano più che in passato una remunerazione per i produttori di contenuti originali. L’industria musicale, pur profondamente diversa e meno territoriale – per lingua e proveniente della materia prima – ha qualche insegnamento da offrire.

Nonostante il riferimento alle Nazioni Unite, il direttore del Reuters Institute non immagina alcun coinvolgimento per gli Stati nazionali: «I governi possono considerare altre misure, ma non dovrebbero avere alcun ruolo in questo corpo». Kleis Nielsen è consapevole che nemmeno questo nuovo tavolo «creerebbe magicamente un compromesso, ma potrebbe se non altro portarci a un dialogo. Il futuro di ogni giornalista con meno di sessant’anni dipende da trovare una soluzione a questa tensione». A occhio, la questione non riguarda solo i giornalisti.

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