Mariangela Marseglia e gli investimenti di Amazon in Italia

Da La Stampa del 9 luglio 2018.

Amazon farà nuovi investimenti per 800 milioni di euro in Italia nel corso del 2018, una somma che in dodici mesi corrisponde a quanto il gruppo dell’ecommerce ha investito nel Paese dal debutto nel 2010 al 2017. Gli investimenti, spiega a La Stampa nella prima intervista dalla sua nomina la country manager Mariangela Marseglia, dalla logistica al personale, porteranno nuovi 1.700 posti di lavoro (a tempo indeterminato). A fine 2018 Amazon impiegherà in Italia 5.200 persone. 

Marseglia, 43 anni, pugliese, da anni a Milano, entrata in Amazon nel 2010, ha ricoperto vari ruoli, fino a diventare responsabile europea di Prime Now e Fresh, i servizi di spesa con consegna in poche ore. Dal 25 giugno è country manager per l’Italia e la Spagna, e dal suo ufficio di Porta Garibaldi che guarda lo skyline della città, disegna la strategia. «Investiremo nel solo 2018 una somma che equivale a quanto abbiamo investito dal 2010 al 2017 – dice Marseglia -, nuovi 800 milioni di euro tra logistica, centri di distribuzione, centri di ricerca per il machine learning e il riconoscimento del linguaggio a Torino e la robotica a Vercelli. Sono numeri che danno il senso di quanto stia accelerando l’attenzione sull’Italia, e vanno di pari passo con la creazione di posti di lavoro e nuovi servizi».

Cosa significa lanciare nuovi servizi?  

«Significa ampliare l’offerta per i clienti, da Prime Now a Milano, a Prime Reading per i libri e Music per lo streaming. Entro fine anno gli speaker Echo saranno in Italia. Non sono solo progetti già presenti su Amazon.com che vengono personalizzati per l’Italia, facciamo anche iniziative locali come Made in Italy, una vetrina per 700 artigiani e produttori che vendono tutto il mondo. Al di là dei grandi lanci per noi l’innovazione è arricchire e migliorare quello che abbiamo, è ciò che rende quest’azienda rilevante».

Se Amazon ci investe 800 milioni di euro in un anno, significa che anche l’Italia sta cambiando?  

«Assolutamente sì. Le due cose vanno di pari passo: noi innoviamo ma seguiamo l’evoluzione del sistema Paese. Anche se l’ecommerce è una fetta piccola del commercio tradizionale, ha dei tassi di crescita molto grandi, investiamo perché la sfida è creare le competenze per affrontare l’innovazione che verrà».

Le aziende italiane lamentano l’assenza di competenze sul mercato del lavoro. Lo vedete anche voi?  

«È vero, anche se è un tema globale. Gli italiani che hanno competenze sono molto bravi, ma sono pochi. C’è un gap enorme tra richiesta e offerta».

Amazon è stato spesso criticata sul fronte del lavoro. Da poco avete raggiunto un accordo con i sindacati. Quale è la sua agenda?  

«Il mio è approccio è di trasparenza, vorrei sfatare dei miti: noi aderiamo ai contratti nazionali di lavoro e i salari che diamo ai nostri magazzinieri sono nella parte alta. In media una persona che lavora in un nostro magazzino guadagna 1400-1500 euro al mese, e ha una serie di vantaggi dall’assicurazione medica privata agli sconti. I nostri magazzini sono aperti, chi vuole può vedere come si lavora. Poi certamente, è un lavoro fisico, non di scrivania, anch’io nel periodo di picco pre-natalizio sono andata a lavorare in un magazzino e posso dirlo».

Come rispondete all’Ispettorato del lavoro che vi chiede di assumere i lavoratori interinali?  

«Abbiamo rivisto i dati relativi ai contratti di lavoro nel 2017 a Castel San Giovanni: i numeri sono più bassi rispetto a quelli forniti dall’Ispettorato attraverso i media e confermano una situazione di rispetto delle norme di legge e contrattuali. A Castel San Giovanni lavorano 1.650 dipendenti con contratto a tempo indeterminato, la maggior parte è stata convertita da contratti in somministrazione. Le conversioni sono state 500 nel 2016, 270 nel 2017, 115 nel 2018, e continueranno».

Se le dico la parola “braccialetti” cosa pensa?  

«È stata l’apoteosi del misunderstanding, siamo rimasti allibiti. Si parlava di un brevetto e non del braccialetto di Alcatraz ma di un normale scanner come quelli che esistono già oggi e si usano in qualsiasi catena di montaggio. Credo che come succede in questo Paese la polemica sia stata cavalcata in campagna elettorale».

Il Paese sembra sempre a un bivio, tra eccellenze e aziende che funzionano e diseguaglianze e disagio. Che Italia vede?  

«Non ho ricette generali, ma vedo più il potenziale che il disagio. Non vedo un grosso delta dell’Italia rispetto ad altri Paesi: vedo che noi a volte facciamo fatica perché abbiamo bizantinismi, burocrazia, o crociate di principio senza guardare alla sostanza. Ma poi vedo che le persone che sono interessate a fare non ci badano più di tanto. Così fanno i nostri clienti e le imprese (non ancora abbastanza se guardo il tasso di penetrazione rispetto ad altri Paesi) che lavorano con noi: chi lo fa, ha capito che Amazon non è una minaccia ma un’opportunità. Lo scorso anno le imprese italiane hanno esportato con noi 350 milioni di euro. Vorrei che il business di Amazon sia compreso, non che fossimo visti come il gigante americano: noi siamo parte integrante del sistema economico di questo Paese, siamo una forza trainante, sarebbe utile dialogare. Tutto il resto è rumore».

Ha citato la trasparenza, perché non pubblicate i vostri bilanci in Italia?  

«Perché riteniamo che sarebbe un grande aiuto per i nostri concorrenti. Ovviamente comunichiamo tutto all’Agenzia delle Entrate, come previsto dalla legge, né più né meno. Nel momento in cui c’è una legge noi ci adeguiamo, e comunque non sono dati nascosti, sono solo consolidati a livello europeo».

Come sta andando a Milano Prime Now, la consegna in un’ora? Lo vedremo in altre città?  

«Prime Now sta andando bene, è parte degli esperimenti che stiamo facendo nel mondo del fresco. Ha dimostrato che c’è tanta voglia da parte del cliente di utilizzare un servizio di questo tipo. Milano è stata la città nel mondo con la più alta adozione tra i clienti esistenti, più di Seattle o Londra. Ci chiediamo quale sia il modello che vogliamo avere da qui a dieci anni. Probabilmente vedremo Prime Now anche in altre città, ma da qui a qualche anno vedremo altre innovazioni che siano scalabili».

Nel mondo state facendo vari accordi con operatori tradizionali.  

«In Italia abbiamo già partnership con NaturaSì e Unes: è interessante perché unisce saperi. Noi siamo molto bravi a fare logistica e tecnologia, non siamo ancora così bravi a fare selezione».

Quanti italiani fanno la spesa online oggi e quanti la faranno?  

«Oggi in generale siamo sotto il 2%, ma crescerà molto. Non manca la domanda ma l’offerta. Ci investiamo da dieci anni e siamo vicini a trovare una quadra. Se vogliamo aumentare la rilevanza per i nostri clienti dobbiamo essere presenti in quel mercato».

Da una parte il fresco, dall’altra le ultime acquisizioni come quella di PillPack, poi la musica, i libri, le serie tv, i servizi per le imprese: Amazon è davvero l’“Everything Store”. Si discute sempre più di questa tensione verso l’oligopolio. Il gigantismo deve spaventare?  

«L’acquisizione di PillPack riguarda una startup, mentre sul mercato ci sono veri colossi che hanno migliaia di farmacie. Non vedo proprio il gigantismo, vedo un’azienda che ha voglia di sperimentare in tanti settori. È molto più semplice essere eccellenti in un solo campo, ma così invece acquisisci saperi e metti alla prova il tuo modello. Anche negli Stati Uniti l’ecommerce vale ancora poco rispetto al commercio, c’è molto più da fare che da dominare. Non lo facciamo per filantropia, certo, ma abbiamo l’onere di restare innovativi, se no moriremmo nell’arco di due o tre anni. Amo questa cultura di sperimentazione continua perché ci porterà nel prossimo secolo. Non è gigantismo, è curiosità».

In Italia non abbiamo molti amministratori delegati donne e che parlano chiaro come lei, dichiaratamente omosessuale, sui diritti civili. Quanto serve questo cambiamento culturale al Paese, mentre un ministro del governo, il ministro della Famiglia dice che le famiglie gay, come la sua, non esistono?  

«Dovrebbe essere il governo di tutti. Essere molto trasparente su chi sono nella vita professionale mi ha aiutato, in primis sul dosaggio delle energie: se non devo spendere energie a far finta di essere chi non sono, posso pensare a come fare meglio l’ecommerce nei prossimi dieci anni. L’Italia non è il Paese più avanzato dal punto di vista dei diritti civili, purtroppo, e io mi ero un po’ adeguata. A Seattle era totalmente normale andare a cena con i colleghi con quella che era all’epoca la mia compagna, ora mia moglie (o come si dice, compagna unita civilmente). Quando sono tornata qui ho capito che non volevo tornare indietro, e ho trovato in quest’azienda e in questa città una grande apertura. Il fatto che il country manager sia una persona totalmente dichiarata crea un ambiente molto più stimolante: abbiamo un’età media sotto i trent’anni, per loro la polemica sulle famiglie omosessuali è davvero difficile da comprendere. Lavorare in un’azienda totalmente inclusiva, dove uno può essere chi è, per loro è più importante perfino di quanto guadagnano».

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