Il Prime Day oltre la nostra testa

Editoriale per La Stampa del 17 luglio 2018.

La prima cosa che abbiamo pensato, davanti all’offerta della sega a nastro da 250 watt, è che per una volta l’insieme di algoritmi che regola silenziosamente la nostra vetrina personalizzata su Amazon si fosse sbagliato. Nemmeno una virgola delle nostre tracce online avrebbe potuto convincere i sistemi di calcolo probabilistico di Amazon che davvero saremmo stati interessati all’attrezzo in questione. 

L’errore è presto spiegato. Per un giorno e mezzo Amazon si veste a festa per il Prime Day, un’invenzione tanto artificiale quanto dichiarata: un giorno scelto precisamente per vendere e comprare. Attenzione, però, per avere gli sconti bisogna far parte del club, una forza da oltre cento milioni di clienti nel mondo (probabilmente più di un milione in Italia): coccolati dalla spedizione gratuita, dall’offerta di serie tv e musica, e appunto, dagli sconti.

Nato appena tre anni fa, il Prime Day è un appuntamento che invita all’acquisto. Ogni ora nuovi prodotti vengono annunciati online, il timer conta i secondi che mancano all’acquisto. Gli sconti sono importanti, a volte l’acquisto è compulsivo, un po’ come quando torniamo a casa dall’Ikea con l’ennesimo paio di portaoggetti, così carini, perché costavano poco.  

Se ogni giorno Amazon si presenta con i consigli personalizzati, durante il Prime Day vincono spesso le offerte che i venditori hanno pagato per farci vedere. E vince anche una innata tensione verso la serendipity, le scoperte casuali, che implicitamente ci ricordano: su Amazon trovi tutto. Così abituati a deambulare in uno spazio protetto e personalizzato per i nostri gusti, scopriamo incredibilmente che il nuovo mondo è molto più vario, va ben al di là della nostra testa e delle nostre fissazioni. O meglio, lascia spazio alle personali fissazioni di ciascuno. Il modello economico di questo nuovo mondo è assai complicato da seguire per le nostre novecentesche convinzioni. Quale negozio potrà mai garantirci l’inventario che troviamo online senza fallire? Il mercato ha ampiamente capito il nuovo modello, e Jeff Bezos è diventato l’uomo più ricco della storia moderna, grazie all’effetto Prime Day sul titolo di Amazon.

Negli uffici di tutta Italia ieri a mezzogiorno si sono avviati dibattiti sul prodotto da acquistare con un clic, dall’aspirapolvere senza filo al carrello da barbecue, dalla bottiglia di gin fino alla famosa sega a nastro (al momento di andare in stampa oltre il 70% delle seghe offerte erano già vendute). Forse capiremmo un po’ meglio il famoso Paese reale se ci convincessimo definitivamente che a fare gli acquisti non sono più «gli internauti», «i navigatori», come li chiamavamo qualche anno fa. Siamo gente normale, il popolo che compra, spera di risparmiare qualcosa, lo stesso popolo che allo Stato, ai partiti, non chiede in realtà nulla, se non di poter vivere e lavorare liberamente.

È un popolo che per esempio dice grazie ai supermercati aperti la domenica o dopo le otto di sera, e che dunque sperava di aver sepolto le difese clericali o corporative. Il modo migliore per salvare posti di lavoro è crearne di nuovi. Al di là di Amazon, che comunque a fine anno darà lavoro direttamente a più di cinquemila italiani, non è un caso che l’ecommerce sia il settore dell’economia digitale in cui l’Italia cresce di più e abbia fatto nascere molte imprese digitali interessanti. Non c’è solo Amazon, ci sono Yoox, ePrice, Cortilia, Supermercato24, e molte altre, a creare valore aggiunto, e posti di lavoro. I piccoli negozi si salveranno se avremo ancora una buona ragione per andarci. Molti lo hanno capito e ce la faranno. Per gli altri non basteranno cento promesse né mille decreti.

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