Facebook entra nell’epoca della maturità

Da La Stampa del 27 luglio 2018.

A quattordici anni dalla sua nascita Facebook sembra iniziare la trasformazione verso una società matura, che non crescerà più a ritmi incredibili. I conti del secondo trimestre del 2018 registrano una crescita dei ricavi del 42% a 13,2 miliardi di dollari e 5,1 miliardi di utile (+31%), ma i nuovi iscritti sono in calo e in una conferenza con gli analisti la società guidata da Mark Zuckerberg ha fatto sapere che in futuro la crescita dei ricavi sarà inferiore al 10%. Wall Street ha preso immediatamente nota della previsione e il titolo è arrivato a perdere il 24% (chiusura a -18,96%). Se davvero la crescita rallentasse, Facebook si attesterebbe su una dimensione in ogni caso significativa: oltre 50 miliardi di ricavi pubblicitari all’anno, 30 mila dipendenti nel mondo, e soprattutto 2,2 miliardi di utenti attivi ogni mese. Per contestualizzare il numero, gli utenti di internet nel mondo sono 3,2 miliardi. Gli utenti di Facebook e delle altre app della società, da Instagram a Whatsapp, sono 2,5 miliardi. Quasi otto utenti internet su dieci sono anche connessi in qualche modo con Facebook.

Il rallentamento della crescita è dunque in parte fisiologico, in parte gli osservatori si chiedono se non sia collegato allo scandalo Cambridge Analytica, quando una funzione lecita (al tempo) di Facebook era stata usata per rubare milioni di dati personali a fini elettorali. La notizia è che non c’è stata alcuna fuga di utenti, ma la crescita è rallentata (dal 13% rispetto all’anno scorso del primo trimestre all’11%) anche per una rinnovata e diffusa attenzione legata all’uso dei dati personali. In Europa, per esempio, la società ha perso un milione di utenti attivi, da 377 a 376 milioni, da quando è stato introdotto il nuovo regolamento sulla protezione dei dati personali.

Una conseguenza dello scandalo si vedrà sul margine operativo di Facebook, già sceso dal 47% al 44%: Zuckerberg ha deciso di spendere di più per provare a rimuovere le fake news o la pubblicità politica pagata da account dubbi. Ciò significa più forza lavoro da pagare e più verifiche sulle inserzioni, ovvero un potenziale rallentamento dell’utile. La scommessa per Zuckerberg è chiaramente sul lungo periodo. “Stiamo investendo così tanto sulla sicurezza che questo avrà un impatto sulla nostra profittabilità”, ha scritto il fondatore.

Nonostante l’allarme per il titolo a Wall Street, Facebook sembra aver scelto di privilegiare una strategia che comunichi nuova fiducia da offrire agli utenti e alle istituzioni che potrebbero voler avventurarsi in regolazioni dall’alto. Quando il 10 aprile scorso Mark Zuckeberg indossò la cravatta e si presentò al Congresso per rispondere alle domande dei parlamentari, una sua risposta fece sorridere qualcuno. Orrin Hatch, senatore dello Utah, chiese come faceva Facebook a sostenersi senza far pagare agli utenti il servizio. Zuckerberg rispose: “Senator, we run ads” (“Senatore, vendiamo pubblicità”). Facebook vorrebbe proprio continuare a farlo.

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