Martin Ford: il lavoro di domani, noi e i robot [english interview included]

 

The Rise of Robots” di Martin Ford fa venire in mente la vecchia (e detestata) pratica dell’obbligo di lettura. Come a scuola. Prima di iniziare un qualsiasi vociante dibattito sul futuro, sull’innovazione dirompente, ma anche sull’ineguaglianza, leggete il libro di Martin Ford. L’economista nato in Inghilterra e cresciuto negli Stati Uniti apre lo sguardo, con i numeri, senza lamentele, su un futuro ineluttabile, con l’ambizione di una proposta.

Ho letto il suo libro qualche mese fa e l’ho intervistato per il settimanale de La Stampa.

[Please find below the english version of my interview with Martin Ford]

Martin Ford (foto Npr)

Il suo libro sembra quasi un’ultima chiamata ai leader mondiali. Il futuro del “nostro sistema” sembra a rischio. La prima domanda è dunque: perché non ci siamo accorti prima di ciò che stava accadendo? I politici e gli economisti guardavano i numeri sbagliati?

“La più grande ragione per cui le persone, e specialmente gli economisti, sono lenti a comprendere il tema dei robot è la lunga storia di falsi allarmi. Duecento anni fa in Inghilterra i Luddisti temevano che le macchine avrebbero preso il loro posto di lavoro. Nel 1964, più di cinquant’anni fa, fu presentato un report ufficiale al presidente Lyndon Johnson in cui si parlava di milioni di lavori persi a causa dell’automazione industriale. Erano paure premature. Ora, infine, la tecnologia che giustifichi quei timori sta arrivando. Ma ci sono stati così tanti falsi allarmi nel passato che le persone tendono a rimuovere il problema”. Continua a leggere

La storia a lieto fine degli economisti che si ricordano di quando sbagliamo

L’economista che ha convinto il mondo e l’accademia della complessità umana è pigro e rinvia le decisioni importanti. È decisamente umano. Come avrebbe fatto, altrimenti, a imporre uno sguardo fallibile allo studio dell’economia?

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Come un qualsiasi studente universitario preoccupato per l’imminente esame di microeconomia, Richard Thaler si è imbattuto in teorie troppo rigide per essere vere. Alla base dell’economia classica c’è il concetto di equilibrio perfetto: domanda e offerta si incontrano in un punto, il famoso punto di equilibrio. Il prezzo è dunque sempre giusto. «All’aumentare della domanda, il prezzo diminuisce», ci hanno insegnato per generazioni, armati di grafici a curve e della mano invisibile di Adam Smith che muove il mercato, e avrebbe sempre sistemato tutto.  Continua a leggere