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	<title>Senza categoria | Beniamino Pagliaro</title>
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		<title>It takes two. In cerca di un mentore</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Jan 2022 10:50:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Questa è Ok boomer, una newsletter per parlare di generazioni e dunque di noi. Fa più notizia il conflitto che l’alleanza, anche tra generazioni, ma è ovviamente possibile trovare un equilibrio. Per tante incomprensioni, per tanti millennials che sopportano e pensano Ok boomer, ci sono anche un mare di opportunità, appena proviamo a capirci. Il problema [&#8230;]</p>
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<p>Questa è Ok boomer, una newsletter per parlare di generazioni e dunque di noi.</p>



<p>Fa più notizia il conflitto che l’alleanza, anche tra generazioni, ma è ovviamente possibile trovare un equilibrio. Per tante incomprensioni, per tanti millennials che sopportano e pensano Ok boomer, ci sono anche un mare di opportunità, appena proviamo a capirci. Il problema è che questo tipo di dialogo richiede tempo, lavoro, attenzione.</p>



<p>Limitiamoci alla sfera professionale. Quanti di voi possono dire di avere un mentore? La Treccani&nbsp;<a href="https://www.treccani.it/vocabolario/mentore/">definisce</a>: un mentore è un “fido consigliere”, una “guida saggia”. Mi correggerete, ma temo che la pratica non sia così diffusa nel mercato del lavoro italiano, dove a volte sembra non ci sia tempo nemmeno per un respiro, figurarsi per una conversazione matura, costante, consapevole.</p>



<p>A volte forse abbiamo un mentore ma non lo sappiamo. Quel collega un po’ più senior con cui andate a pranzo una volta al mese per parlare di lavoro è un mentore? Dipende. Non ci si stringe la mano per dire, “hey, vuoi essere il mio mentore?”, ma è necessaria una reciproca consapevolezza e un reciproco interesse. Non è facile.</p>



<p>In numeri, dagli Stati Uniti, dove spesso ogni cosa è organizzata, e dunque poi si deve&nbsp;<em>fare</em>: il 71% delle grandi aziende ha programmi di mentorship. Il 97% di chi ha un mentore ne riconosce il valore e&nbsp;<a href="https://www.cnbc.com/2019/07/16/nine-in-10-workers-who-have-a-mentor-say-they-are-happy-in-their-jobs.html">il 91% è soddisfatto</a>&nbsp;dal proprio lavoro. Eppure solo il 37% ha un mentore. Infine, l’89% di chi ha avuto un mentore si spenderà come mentore con altri&nbsp;<a href="https://mccarthymentoring.com/why-mentoring-what-the-stats-say/">in futuro</a>. Benvenuti nel club.</p>



<p>Ho pensato spesso a questo ruolo. In parte perché sono fortunato e ho incontrato delle persone sagge e fidate con cui parlare nel corso degli anni. In parte perché invece questi legami sono molto complicati dal&nbsp;<em>contesto</em>&nbsp;dell’istante. Forse sono persone che sanno molto più di me di una certa cosa o di un modo di fare in una certa azienda in una certa epoca storica. Ma non sempre c’è uno sguardo d’insieme, un interesse genuino. Dunque non sono veri mentori.</p>



<p>Ho ripreso il filo del pensiero leggendo della vita di Virgil Abloh, il designer che molti, più esperti di me nella moda, definiscono rivoluzionario. Abloh aveva 41 anni, era da poco diventato direttore artistico di Louis Vuitton,&nbsp;<a href="https://www.nytimes.com/2021/11/28/style/virgil-abloh-dead.html">è morto a fine novembre</a>. La sua morte mi aveva colpito perché da qualche mese mi ero messo a seguire il suo lavoro. Ora, io di moda non capisco e non capirò, ma da non esperto e buon ultimo (amici esperti di moda, mi rendo conto suoni come se un profano di calcio vi dicesse, “mi sono appassionato a questo tal giocatore, si chiama Diego Armando Maradona”), da buon ultimo, dicevo, avevo incrociato il suo sguardo. Mi era parso così contemporaneo.</p>



<p>Dunque, Abloh ha avuto una vita piena, ha inventato, disegnato, trasformato il&nbsp;<a href="https://www.nytimes.com/2021/11/28/style/virgil-abloh-dead.html#:~:text=the%20meaning%20of%20%E2%80%9Cfashion%E2%80%9D%20itself">significato di fashion</a>, dice il New York Times. Faceva il dj, disegnava anche mobili, aveva una famiglia. Non gli mancavano le cose da fare, ma mi ha colpito che molti abbiano voluto ricordare il suo interesse per il ruolo di mentore. Abloh aveva lanciato un programma di mentorship ed era&nbsp;<a href="https://www.nytimes.com/2021/12/02/style/virgil-abloh-mentorship.html">noto nell’industry</a>&nbsp;per voler passare il testimone.</p>



<p>Jo Ellison sul Financial Times&nbsp;<a href="https://www.ft.com/content/ade7d754-777f-4a01-939e-d884abd6341d">si è chiesta</a>&nbsp;quanti oggi siano i leader in grado di farlo davvero. È complicato: c’è il rischio di passare come boomer che vuole spiegare le cose (ricorderò sempre l’urlo di un mio collega senior – preciso,&nbsp;<em>non</em>&nbsp;mentore – che, appena sentito il nome di un potenziale intervistato o ufficio stampa, rispondeva: “tipica imprecazione dialettale di cinque lettere! Nome Cognome lo conosco da vent’anni”). E c’è il rischio che la prassi corporate renda anche quest’attività, così umana, un ennesimo impegno burocratico. Caselle da barrare.</p>



<p>In verità esiste (resiste) un limite profondo tra paternalismo e accompagnamento, tra consiglio e parere. È inutile chiedere un consiglio a chi vive un mondo diverso dal nostro. Ha le sue aspirazioni, certo, però non deve crescere. Deve conservare. Trovare un mentore significa stabilire una conversazione, rispettosa. Il presupposto è un interesse che può essere al tempo stesso genuino (diremmo disinteressato) ma anche attivo. Ricordo lo shock di quando, saranno passati dieci anni, incontrai un noto giornalista americano a New York. Gli avevo scritto un&#8217;email, lui rispose, era curioso. Forse stava buttando quindici minuti del suo tempo, forse gli avrei raccontato qualcosa. Un po’ diverso dal terrore mascherato da indifferenza nel volto di qualche boomer quando arriva un nuovo collega, e chissà di chi è figlio questo.</p>



<p>Dunque nel 2022 proviamo a cercare un mentore. Forse ci capiremo un po’ meglio, cari boomer. Virgil Abloh era tecnicamente quasi un millennial. Nato nel 1980, aveva iniziato a lavorare con una internship da 500 dollari al mese. “Everything I do is for the 17-year-old version of myself”, diceva. A volte è un buon consiglio, e grazie per aver letto fino a qui.</p>



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		<title>Buone letture del 2021, con molti auguri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[bpagliaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Dec 2021 09:44:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Scrivo ancora in viaggio, penultimo volo dell’anno. L’aereo ha bucato la nebbia del mattino e si avvicina al mare, e sono qui con la mia lista di buone letture. È un gioco che però mi obbliga a guardare un po’ indietro. Mi capita spesso di associare un luogo in particolare a un libro. Per alcuni [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="has-text-align-left">Scrivo ancora in viaggio, penultimo volo dell’anno. L’aereo ha bucato la nebbia del mattino e si avvicina al mare, e sono qui con la mia lista di buone letture. È un gioco che però mi obbliga a guardare un po’ indietro. Mi capita spesso di associare un luogo in particolare a un libro. Per alcuni è decisamente un treno, per altri una vasca da bagno, per altri ancora una sdraio su un molo d&#8217;estate. Scegliere gli undici libri dell’anno non significa che gli altri non meritino, anzi, quest’anno ho fatto scelte dolorose (è un gioco, appunto). Ma guardarli aiuta a ricostruire i mesi andati.<br><br>Quali sono i libri che porterai con te dal 2021? Ecco i miei.<br><br>Buon anno!<br>Beniamino</p>



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<p><em><a href="https://amzn.to/3FVl6Zn" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Lo stadio di Wimbledon</a></em><br><strong>Daniele Del Giudice</strong><br>Trovato su uno scaffale, l’ho iniziato a leggere senza sapere che la città dove arriva il protagonista è la mia città, Trieste. Non serve nemmeno dirlo, perché lo si capisce in fretta. Il viaggio prova a spiegare perché uno scrittore non abbia scritto.<br><br><em><a href="https://amzn.to/3ERDDV7" target="_blank" rel="noreferrer noopener">The Man who Ran Washington &#8211; The Life and Times of James A. Baker III</a></em><br><strong>Peter Baker e Susan Glasser</strong><br>Un grande racconto biografico di un protagonista del Novecento, il segretario di Stato che ha chiuso la guerra fredda. Prezioso nello sguardo sul metodo di lavoro, sulla cura del particolare, sul rispetto degli altri, oltre che su un’epoca di contrapposizioni che pensavamo superata.<br><br><em><a href="https://amzn.to/3FEpSKA" target="_blank" rel="noreferrer noopener">A Thousand Brains &#8211; A New Theory of Intelligence</a></em><br><strong>Jeff Hawkins</strong><br>Per parlare di intelligenza artificiale dovremmo prima capire l’intelligenza, il cervello. Questo libro offre uno sguardo semplice per iniziare a farlo, immaginare l’evoluzione dei prossimi anni, e affrontare i limiti attuali, oltre la retorica.<br><br><em><a href="https://amzn.to/3428Wzz" target="_blank" rel="noreferrer noopener">La riunione</a></em><br><strong>Pietro Galeotti</strong><br>Per spiegarlo potrei dire che <em>La riunione</em> sta alla vita di chi lavora nella creazione di contenuti in redazioni organizzate come <em>Boris</em> sta al cinema e alle serie tv. Racconta proprio chi siamo, e la vita che proviamo a fare, consapevoli che sia soltanto una pausa tra una riunione e l’altra.<br><br><em><a href="https://amzn.to/32FwzNL" target="_blank" rel="noreferrer noopener">The Cost of Living</a></em><br><strong>Deborah Levy</strong><br>Non so bene come descriverlo, il titolo dice tutto. Però non bisogna pensarla in negativo, anzi. Una frase: “Ideas come to us as the successors to griefs and griefs, at the moment when they change into ideas, lose some part of their power to injure the heart”.<br><br><em><a href="https://amzn.to/3qDpYf9" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Vite che non sono la mia</a></em><br><strong>Emmanuel Carrère</strong><br>Saper guardare e infilarsi nelle storie. Spiegato bene. Doloroso come vero.<br><br><em><a href="https://amzn.to/3eAQpMN" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Innovation in Real Places &#8211; Strategies for Prosperity in an Unforgiving World</a></em><br><strong>Dan Breznitz</strong><br>Detestavo chi lucra con chiacchiere sull’innovazione prima di leggere Dan Breznitz. Ora ho le prove! Si può fare innovazione e portare riscatto anche in terre che rischiano la depressione economica garantendo dividendi a pochi. Ma è necessario volerlo.<br><br><a href="https://amzn.to/3JtfA2g" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>The Spy and the Traitor</em></a><br><strong>Ben Macintyre</strong><br>Che storia! Una doppia spia tra Unione sovietica e Regno Unito. Meglio di un film, come si dice.<br><br><a href="https://amzn.to/3FMNT2c" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Due vite</em></a><br><strong>Emanuele Trevi</strong><br>Un libro che racconta di amicizie e di passaggi generazionali, di Roma e dunque di noi.<br><br><a href="https://amzn.to/3Jua7bh" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Armoniose bugie. Saggi 1959-2007</em></a><br><strong>John Updike</strong><br>È una raccolta, ma che raccolta. I saggi di uno dei miei scrittori preferiti.<br><br><em><a href="https://amzn.to/3Jua7bh" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Senior service</a></em><br><strong>Carlo Feltrinelli</strong><br>La vita di Giangiacomo Feltrinelli, editore. Diceva: “Un editore può cambiare il mondo? Difficilmente: un editore non può nemmeno cambiare editore”. Ma anche: “Io cerco di fare un’editoria che magari ha torto lì per lì, nella contingenza del momento storico, ma che, quasi per scommessa, io ritengo abbia ragione nel senso della storia”.<br><br><em><a href="https://app.goodmorningitalia.it/ebook2022" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Bonus: L’anno che verrà 2022</a></em><br>Il libro di Good Morning Italia sull’anno che verrà, con molti grandi autori. Qui c’è <a href="https://blog.goodmorningitalia.it/2021/12/28/lanno-che-verra-2022-lintroduzione-di-beniamino-pagliaro/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">la mia introduzione</a>.</p>



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		<title>C&#8217;era una volta una promessa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[bpagliaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Sep 2021 10:46:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Questa è Ok boomer, la mia nuova newsletter. Nel primo numero ho spiegato perché ho scelto di farla nascere: puoi leggerlo qui. Sono stato travolto dalle risposte di molti di voi, cosa che mi ha fatto piacere e soprattutto pensare. Molti mi hanno chiesto: e io? E io che sono nato nel 1979? E io [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Questa è Ok boomer, la mia nuova newsletter. Nel <a href="https://www.coseinfila.it/2021/09/17/ok-boomer-partiamo/">primo numero</a> ho spiegato perché ho scelto di farla nascere: <a href="https://www.coseinfila.it/2021/09/17/ok-boomer-partiamo/">puoi leggerlo qui</a>.</p>



<p>Sono stato travolto dalle risposte di molti di voi, cosa che mi ha fatto piacere e soprattutto pensare. Molti mi hanno chiesto: e io? E io che sono nato nel 1979? E io che sono millennial ma non mi sento così giovane? Lo dico in partenza, qui non offriamo risposte facili. Evidentemente c’è poco di identitario come le generazioni, per quanto sia davvero un gioco arbitrario. Comunque, di etichette e generazioni: ne parliamo qui sotto. La newsletter nasce per provare a unire, per parlare, davvero non per dividere. Consideriamo un’indulgenza preventiva per i “noi” e “voi” fin dall’inizio? Li odio quanto voi (visto?) ma a volte funzionano (appunto).</p>



<p>Ognuno ha la propria sensibilità e nell&#8217;<a href="https://amzn.to/2W7PFJq">era della suscettibilità</a> c&#8217;è una mozione, un sindacato, o almeno una petizione senza Spid per difenderla. Non sarà certo un caso se a pochi giorni dalla partenza di questa scomoda newsletter, l&#8217;Autorità per le comunicazioni nel Regno Unito ha etichettato come offensivo il termine boomer. Sì, sto scherzando, non c&#8217;è alcun complotto, spero la newsletter non sia scomoda, ma <a href="https://www.dailymail.co.uk/news/article-10015349/Gammon-remoaner-Karen-snowflake-words-added-Ofcoms-list-offensive-terms.html">l&#8217;Ofcom ha davvero diffuso un elenco di parole considerate offensive</a> e tra queste c&#8217;è boomer. Non sono vietate, bontà loro. Non succede niente a chi le usa, ma saranno considerate nei futuri reclami presentati all&#8217;autorità. Il Telegraph ha titolato: &#8220;<a href="https://www.telegraph.co.uk/news/2021/09/22/not-ok-boomer-ofcom-unveils-new-list-offensive-words/">Not OK Boomer</a>&#8220;.</p>



<p>Ma andiamo oltre, via dal rumore faticoso della polemica. C’è una ragione se dedichiamo del tempo (grazie) a pensare a questi problemi, se usiamo un pezzo di attenzione (scarsa) per pensare a boomers e millennials.</p>



<p>Oggi parliamo di una storia: c’era una volta una promessa. Tutti abbiamo bisogno di credere a qualcosa, di essere qualcuno. La grande narrativa con cui sono cresciuti i millennials era: studiare più dei nostri genitori, imparare almeno due lingue straniere, riempire il curriculum di esperienze pronte all’uso per i datori di lavoro del nostro futuro. “La forza di una narrativa si basa in sostanza sulla sua capacità di aiutarci a far pace con un mondo complesso e confuso”, scrivono John Kay e Mervyn King in <a href="https://amzn.to/3Cv6DAU">Radical Uncertainty</a>. In effetti, mentre i primi millennials uscivano dall’università nel 2000 il mondo si andava complicando. Abbiamo preferito guardare alle opportunità di un’economia davvero globale, del digitale come grande motore della trasformazione, della logistica veloce e dei voli low cost.</p>



<p>Purtroppo, per una parte importante di questa generazione la promessa non ha funzionato. È bene dividere i millennials dai paesi di Europa e Nord America dagli omologhi cinesi (350 milioni di persone) o indiani. Dove c’è crescita – tralasciamo per un attimo il modello economico e i limiti democratici –, i millennials sono una generazione diversa che ha ragione di guardare avanti con fiducia. Dove l’incantesimo della crescita ha lasciato posto alla stagnazione, ai margini che diminuiscono, all&#8217;ossessivo taglio dei costi invece del focus sui nuovi ricavi (Mario Draghi ieri ha parlato agli industriali di <a href="https://www.repubblica.it/economia/rubriche/policy/2021/09/23/news/draghi_declino-319068056/">produttività</a>, infatti), ecco che i millennials pagano il conto. Non serve uno sforzo per individuarli, basta pensare ai propri amici, alla famiglia. Quanti figli, fratelli e cugini abbiamo “mandato” a Londra a studiare, e non sono più tornati? E quanti hanno trovato lavoro dovendo accettare una frazione dello stipendio dei loro colleghi più anziani?</p>



<p>Il problema non sono soltanto le illusioni perdute. E nemmeno una rivendicazione stanca. I numeri di oggi hanno conseguenze nel futuro. I millennials studiano più delle generazioni precedenti e in molti casi si indebitano per farlo. Quando entrano nel mercato del lavoro, che dopo la crisi 2008-2012 è ripartito, devono accettare stipendi più bassi perché le aziende che sono sopravvissute hanno consolidato il mercato, sono diventate più grandi e potenti nei confronti dei lavoratori. La conseguenza è che i millennials nei Paesi occidentali si sposano (se lo vogliono fare) più tardi dei boomers o della Generazione X e comprano casa (se ci riescono) molto più tardi. Nel 1990 i boomers che avevano 35 anni possedevano circa il 33% del real estate americano per valore. Nel 2019 i millennials di un’età simile ne possiedono solo il 4%. In Italia l’età media di chi acquista una casa è cresciuta fino ai 43 anni.</p>



<p>Comprare casa, simbolo per decenni dell’indipendenza raggiunta, sembra davvero complicato. Nel Regno Unito (non solo a Londra) un trentenne di oggi ha la metà della probabilità di avere una sua casa rispetto ai boomer quando avevano trent’anni. Negli Stati Uniti comprare una casa costa in media il 39% in più di quanto costasse negli anni Ottanta, superando ovviamente i miseri aumenti salariali. Un millennial su due, inoltre, sta ripagando il debito contratto per studiare, e deve rinviare l’acquisto. Si costruiscono meno case e dunque anche gli affitti crescono, soprattutto nelle città-hub dove si poteva trovare un lavoro interessante prima della pandemia. In Italia vivono ancora a casa dei genitori il 72% degli uomini tra i 18 e 34 anni e il 59% delle donne. Negli Stati Uniti, nel periodo 1960-1990 circa il 30% dei giovani americani viveva a casa dei genitori, negli anni 2010 siamo saliti al 44%, nel 2020 al 47%, prima dei lockdown. Su Google tra le ricerche popolari appaiono domande come “How long is it acceptable to live with your parents?” o “Is it shameful to live with your parents?”. Lo psicanalista ringrazia: magari sarà un millennial.</p>



<p>Non si mette su famiglia in casa di mamma e papà. Dunque anche i figli arrivano più tardi: negli Stati Uniti dai 25-26 anni dei boomers ai 31-32 dei millennials. Da quel laboratorio demografico che è l’Italia, dove al problema generazionale si sommano debito pubblico e una certa tradizione, come dire, a far prevalere i diritti di chi è arrivato prima, arriva una sentenza: nel 2020, per la prima volta nella storia del Paese, dice l’istituto nazionale di statistica, ci sono più figli che rischiano una regressione rispetto allo status economico e sociale dei genitori (26,6%) rispetto a quanti invece avranno la possibilità di migliorare le proprie condizioni (24,9%). Una decrescita non felice di opportunità.</p>



<p>Lo so, non sono solo numeri. Irene mi risponde al telefono da una piazza di Firenze, pronta a raccontarmi la sua storia. Ha 32 anni, due mestieri, di cui uno inventato di recente, un marito e un bimbo di due anni. Dopo una laurea in lingue ha capito che non voleva davvero fare la traduttrice e si è messa a studiare per fare la guida turistica (a Firenze sono in quattromila). Nelle sue parole si intuisce che è una persona entusiasta, che ha sempre cercato di prendere il buono da ogni situazione. Il lavoro come guida andava bene, prima del virus. Poi è rimasta incinta, l’ha comunicato all’Inps e per la maternità ha ricevuto un assegno da 85 euro al mese. La sua visione del mondo è cambiata in un istante: “Mi sono sentita in uno Stato del terzo mondo, contrariata. Io non sono anti-sistema, però mi è parso pesante da dover accettare. Sono fortunata perché mio marito ha un buon lavoro, ma se fossi stata sola? È impossibile con questo stato di welfare pretendere onestà dei cittadini”. Il virus per un po&#8217; ha vuotato le strade e i monumenti di Firenze, Irene ha trovato un nuovo lavoro: fa la rappresentante per un’azienda che si è riconvertita e vende mascherine. Prima di salutarla, le chiedo di suo figlio, e sento che sorride. Si va avanti.</p>



<p>La crisi del Coronavirus non è stata infatti un’eccezione: ha amplificato e accelerato i problemi delle classi più giovani, tra cui i millennials. Dagli Stati Uniti all’Italia, dal Regno Unito alla Germania, i contratti temporanei, i lavori a termine o a chiamata, tipici della gig economy, vedono una grande prevalenza dei giovani. Dopo lo scoppio della pandemia, la Fed di St Louis ha stimato che il 16% dei millennials americani potrebbe avere problemi a far fronte a una spesa di emergenza da 400 dollari. La percentuale raddoppia al 32% tra i millennial neri. In Italia il governo ha preso una decisione estrema e inedita, vietando i licenziamenti per salvare i lavoratori. La scelta è stata molto criticata perché mette in dubbio la libertà d’impresa, ma ancora una volta è stata quasi ininfluente per i millennials. Alle aziende è stato impedito di licenziare, ma nel corso della pandemia 677 mila contratti temporanei in scadenza sono stati terminati. Gran parte di quei contratti riguarda lavoratori con meno di 40 anni. Gran parte di quei contratti riguarda lavoratrici donne.</p>



<p>La principale risposta a queste domande che arriva dalla classe dirigente italiana arriva sotto forma di un’alzata di spalle: è un’ammissione di impotenza rispetto alla realtà. Ci sono misure, tentativi, ma tipicamente ci vuole tempo e i governi italiani tipicamente non hanno tempo. Ne parleremo più a fondo, ma non basta: negli anni i cosiddetti giovani si sono sentiti chiamare (da onorevoli ministri della Repubblica) “bamboccioni”, o sono stati definiti “choosy” rispetto al mercato del lavoro. Nell’indifferenza generalizzata rispetto alla bomba sociale in via di costruzione, il simbolo del senso di colpa dissimulato della generazione baby boomer ha preso le forme di un grande avocado, frutto associato con i millennials, che secondo l’accusa, spenderebbero troppo denaro in weekend lunghi, caffè sofisticati e appunto, avocado toast. Qualcuno si è preso persino la briga di calcolare che, nemmeno azzerando la spesa per i costosi sandwich per quindici anni, nessun millennial sarebbe stato in grado di risparmiare il denaro necessario per un acconto per la prima casa. Anzi, i numeri della Fed chiariscono: siamo una generazione che spende meno di quanto facessero i boomers prima di noi. Il 52% dei millennials sta già mettendo da parte soldi per la pensione a 34 anni, avendo capito l’aria che tira, mentre tra i boomers della stessa età lo faceva solo il 42%.</p>



<p>Joseph C. Sternberg ha definito questa crescente tensione <a href="https://amzn.to/2XMuYUh">il furto del decennio</a>, con un’accusa esplicita ai boomer. Perché è avvenuto tutto questo? Indicare il colpevole (che parola, lo so) può aiutare ma non risolve la situazione. Se ampliamo lo sguardo e riusciamo a ignorare i singoli aneddoti, la lenta evoluzione che vediamo parte da una nuova consapevolezza sulla sostenibilità della spesa pubblica. La pandemia ha travolto persino questa nuova consapevolezza e ci siamo messi a fare debiti quasi senza preoccuparcene. Ma la verità è che non sappiamo se ci possiamo permettere che lo Stato paghi l’educazione, la sanità e la pensione dei cittadini con gli stessi ritmi degli ultimi decenni. È evidente che dovrebbe farlo. Ma bisogna capire come senza fare ulteriori danni: è una domanda per l&#8217;Italia indebitata, ma vale anche per la Cina o per gli Stati Uniti.</p>



<p>Nella competizione fra imprese due fenomeni – la logistica low cost e il digitale – hanno favorito il consolidamento. Chi corre garantisce sempre più utili. Chi non ce la fa riduce i margini e taglia sul costo del lavoro. I più giovani pagano il conto. È naturale fare il confronto tra generazioni, ed è anche necessario. Ma non è abbastanza.</p>



<p>Prima, comunque, è giusto chiarire che qualsiasi definizione generazionale rischia di essere una semplificazione esagerata. Le etichette per classe d’età sono un male minore: utili per definire una massa ma inesatte nel descrivere i singoli. Questo vale sia per i boomers che per i millennials. All’interno dei gruppi ci sono sottocategorie diverse per età, geografia e fortune. “<a href="https://www.ft.com/content/4a2924da-33bd-4fae-8302-7d778051d575">I millennial in verità non esistono</a>”, ha scritto sul Financial Times l’editorialista Janan Ganesh (classe 1982), raccontando di essere stato fortunato a entrare nel mondo del lavoro prima della crisi del 2007. Posso aggiungere la mia esperienza: ho iniziato a lavorare proprio nel 2007 e nonostante il contesto fosse complicato, ogni anno è andato un po’ meglio. Quando ne parlo con un mio coetaneo che ha dovuto rinunciare alla carriera che aveva in mente e vive di fatto grazie al supporto economico dei genitori, sto molto attento alle parole che uso. O preferisco cambiare argomento. Abbiamo visto una storia diversa.</p>



<p>È andata così anche ad altre generazioni prima di noi, sicuramente. Anzi, ho pensato persino che siamo stati fortunati ad aver avuto almeno una promessa. Molti boomer sono cresciuti senza alcuna promessa, e soprattutto molte boomer non sono state cresciute con la promessa di libertà (&#8220;Devi solo scegliere quel che ti piace&#8221; era un&#8217;illusione, eppure) ma più banalmente subendo un&#8217;aspettativa, e quest&#8217;aspettativa non riguardava una brillante carriera.</p>



<p>Comunque, la narrativa che ci ha accompagnato e che ha costruito la nostra identità è nettamente differente. La televisione e la radio sono i mezzi che hanno raccontato la ricostruzione italiana, il boom e dunque i boomers. Le notizie e la loro interpretazione arrivava puntuale in salotto, con ritmo cadenzato, una patina di ufficialità, alle otto della sera con il telegiornale: non contestabile e dunque credibile. Soprattutto, uniforme e dunque uguale per tutti. Lo schema era: uno a molti. Non è più stato così: l’epoca digitale in cui i millennials (non veri nativi digitali) sono diventati adulti ci ha abituato a raccontare noi stessi e leggere gli altri cinquanta o cinquemila nella nostra rete sociale. Le rock star esistono ancora (e gli algoritmi le incoraggiano: si chiamano influencer) ma infine ognuno di noi ha pensato di aver diritto non solo alle proprie idee ma alla propria identità (a volte persino ai propri fatti, ma è un altro problema). Ognuno di noi – e questo non vale solo per i millennials – è portato a pensare che la propria esperienza debba prevalere su quella degli altri. Perché è mia, no? Perché tu vali, del resto.</p>



<p>Se le nostre informazioni non cadono più dall’alto, abbiamo pensato, se non sono le stesse per tutti noi, forse allora non è più necessario essere tutti uguali. Non più massa, ma individui. Le agenzie di marketing provano a descrivere cluster diversi di millennials, ma ci piace pensare che sia complicato.</p>



<p>C&#8217;è un po&#8217; di ironia e rassegnazione nell&#8217;ammettere che, alla fine, individuare un nemico funzioni e riesca a unire anche i gruppi meno omogenei. Quando ho parlato di questa newsletter con qualche coetaneo, non ho dovuto spiegare. “Ok boomer” si capisce subito: sapevano precisamente di cosa stessi parlando perché l’avevano vissuto in prima persona parlando con un parente o un capo in ufficio. I meme, come quello che ha reso celebre la frase “Ok boomer” a partire dalla <a href="https://www.youtube.com/watch?v=L3_tocfXUiI">risposta di una parlamentare venticinquenne neozelandese</a> a un suo collega più anziano, sono detestabili perché appiattiscono la realtà come una mietitrebbia su un campo di granoturco. Ma se non altro offrono un denominatore comune. Offrono una narrativa comune alla generazione frammentata.</p>



<p>C’era una volta una promessa. Illusioni perdute, abbiamo capito. È bene fermarsi, capirlo, e poi decidere di ripartire. Tutti conosciamo questa storia da vicino ma penso sia importante capirne il significato su due dimensioni. È una storia personale ma anche profondamente politica, riguarda te ma anche tutti gli altri, non credi?</p>



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		<title>Buone letture del 2020</title>
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		<dc:creator><![CDATA[bpagliaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 31 Dec 2020 16:51:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Scrivo sulla strada di casa, ultimo viaggio dell’anno (in un anno senza viaggi), e ho con me la solita lista di letture per un anno così insolito. Sicuramente non sono l’unico ad aver letto molto di più. All’inizio della pandemia, a marzo (sembra una vita fa) avevo scritto della difficoltà di leggere un romanzo senza giudicare negativamente quei [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Scrivo sulla strada di casa, ultimo viaggio dell’anno (in un anno senza viaggi), e ho con me la solita lista di letture per un anno così insolito. Sicuramente non sono l’unico ad aver letto molto di più. All’inizio della pandemia, a marzo (sembra una vita fa) avevo scritto della <a href="https://rep.repubblica.it/pwa/generale/2020/03/26/news/perche_non_riusciamo_a_leggere_un_romanzo_al_tempo_del_virus-252319618/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">difficoltà di leggere un romanzo</a> senza giudicare negativamente quei protagonisti che osavano abbracciarsi. Il virus era l’unica storia. Poi abbiamo imparato, per forza, a convivere con storie diverse da noi.<br><br>È stato un anno lunghissimo, pieno di lavoro, per <em>Repubblica</em>, per <em>Good Morning Italia</em>, e anche il 2021 si annuncia così. Spero sia così anche per te. Non lo so davvero, ma spero sia possibile prendere il buono, senza false illusioni e banalità sulla situazione, che è seria.<br><br>Riguardare ciò che abbiamo letto aiuta a ricordare un luogo, una persona, una canzone ascoltata in loop. Non sono consigli né classifiche, solo una selezione, per farci gli auguri e pensare al 2021.<br><br><br><em><a href="https://amzn.to/3rEDr5Z">Narrative Economics: How Stories Go Viral and Drive Major Economic Events</a></em><br>Robert J. Shiller<br>Il primo libro che ho letto nel 2020: aveva la parola virale nel titolo, anche se non parlava del virus, ma della capacità delle storie di influenzare le nostre scelte economiche.</p>



<p><em><a href="https://amzn.to/3aXqVbR">Trade Wars Are Class Wars: How Rising Inequality Distorts the Global Economy and Threatens International Peace</a></em><br>Matthew C. Klein, Michael Pettis<br>Per me, il libro economico dell’anno: scritto prima della pandemia, indaga tutti i fenomeni che vediamo anche in questa fase. Ne ho scritto qui per&nbsp;<a href="https://rep.repubblica.it/pwa/robinson/2020/08/18/news/bentornata_cara_vecchia_lotta_di_classe-264923813/">Repubblica</a>.</p>



<p><em><a href="https://amzn.to/3aTevlt">Up All Night: Ted Turner, CNN, and the Birth of 24-Hour News</a></em><br>Lisa Napoli<br>Come è nata la CNN, dunque come siamo un po’ nati noi con le notizie a ciclo continuo, e la vita spericolata del suo fondatore Ted Turner.<br><br><em><a href="https://amzn.to/3pCTK1c">The Ride of a Lifetime: Lessons in Creative Leadership from 15 Years as CEO of the Walt Disney Company</a></em><br>Robert Iger<br>L’autobiografia dell’uomo che ha salvato Disney: molto di più di bilancio del manager di (grande) successo. Fa intravedere salti e percorsi utili anche per il resto dei media.<br><br><em><a href="https://amzn.to/3hrcMF4">Topeka School</a></em><br>Ben Lerner (traduzione Martina Testa)<br>Il mio romanzo dell’anno. Complicato il giusto, molto americano e lontano dalle grandi città e dagli oceani. Una grande storia di generazioni.<br><br><em><a href="https://amzn.to/34Xcfpn">Futuro del «classico»</a></em><br>Salvatore Settis<br>Questo libro continuava a saltarmi fuori (non parlo di algoritmi), e la lettura mi ha cambiato lo sguardo su qualche pre-giudizio, sull’attenzione che diamo e sul perché consideriamo qualcosa “classico”.<br><br><em><a href="https://amzn.to/34Xccdb">Skyfaring: A Journey with a Pilot</a></em><br>Mark Vanhoenacker<br>Lo ammetto, mi è mancato prendere un aereo e stare a diecimila metri per sei-otto ore. Questo libro racconta la scoperta del viaggio, vista dalla cabina di pilotaggio.<br><br><em><a href="https://amzn.to/2MfIJEN">America in the World: A History of U.S. Diplomacy and Foreign Policy</a></em><br>Robert B. Zoellick<br>Un grande reportage sugli Stati Uniti alle prese con il resto del mondo, dall’inizio a oggi. Perché il problema non era solo Trump. Mi ha aiutato molto nel lavoro per rileggere le presidenziali dal 1948 per il libro di Repubblica <a href="https://www.repubblica.it/robinson/2020/10/25/news/la_grande_corsa_libro_repubblica_elezioni_stati_uniti-271748689/">La grande corsa</a>.<br><br><em><a href="https://amzn.to/38JhSZr">The Powerful and the Damned: Private Diaries in Turbulent Times</a></em><br>Lionel Barber<br>Il saggio più intenso e divertente letto quest’anno: i diari privati dell’ex direttore del Financial Times. Ho scritto per <a href="https://www.repubblica.it/economia/2020/11/25/news/attenzione_caro_diario_ovvero_le_relazioni_e_il_potere-275708594/">Repubblica del ruolo dei diari</a>. Lettura consigliata per il metodo e nel merito.<br><br><em><a href="https://amzn.to/3rG7SZG">Steve Jobs non abita più qui</a></em><br>Michele Masneri<br>Scrivere bene dei libri degli amici è un grande cliché, ma corro il rischio perché mi ha molto divertito e fatto viaggiare in California, quando non si poteva, e in un&#8217;epoca che forse è proprio finita.<br><br><em><a href="https://amzn.to/38PRUDu">Radical Uncertainty: Decision-making for an unknowable future</a></em><br>Mervyn King, John Kay<br>Il libro dell’anno senza saperlo, perché viviamo nell’era dell’incertezza, ma <a href="https://www.repubblica.it/economia/2020/10/28/news/attenzione_incertezza-272106159/">dovremmo saperla accettare</a>.<br><br><em><a href="https://amzn.to/2KDwP7u">Money</a></em><br>Martin Amis (traduzione Susanna Basso<br>Ultimo solo perché ancora in lettura: un classico (1984), ma così divertente!<br><br><em>Bonus: <a href="https://app.goodmorningitalia.it/ebook2021">2021 L’anno che verrà</a><br></em>Il libro di Good Morning Italia sul nuovo anno, con molte belle firme. <a href="https://blog.goodmorningitalia.it/2020/12/30/lanno-che-verra-2021-lintroduzione-di-beniamino-pagliaro/">Qui la mia introduzione</a>.</p>The post <a href="https://www.coseinfila.it/2020/12/31/buone-letture-del-2020/">Buone letture del 2020</a> first appeared on <a href="https://www.coseinfila.it">Beniamino Pagliaro</a>.]]></content:encoded>
					
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		<title>Attenzione! Un libro di Beniamino Pagliaro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[bpagliaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Sep 2018 09:28:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Attenzione! Un libro di Beniamino Pagliaro Edito da Hoepli</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Attenzione! Un libro di Beniamino Pagliaro</p>
<p>Edito da Hoepli</p>The post <a href="https://www.coseinfila.it/2018/09/22/attenzione-un-libro-di-beniamino-pagliaro/">Attenzione! Un libro di Beniamino Pagliaro</a> first appeared on <a href="https://www.coseinfila.it">Beniamino Pagliaro</a>.]]></content:encoded>
					
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		<title>Newsletter</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Dec 2016 13:57:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Iscriviti alla mia newsletter * indicates required Email Address * First Name Last Name</p>
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	<label for="mce-FNAME">First Name </label><br />
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<p><script type='text/javascript' src='//s3.amazonaws.com/downloads.mailchimp.com/js/mc-validate.js'></script><script type='text/javascript'>(function($) {window.fnames = new Array(); window.ftypes = new Array();fnames[0]='EMAIL';ftypes[0]='email';fnames[1]='FNAME';ftypes[1]='text';fnames[2]='LNAME';ftypes[2]='text';fnames[3]='MMERGE3';ftypes[3]='text';}(jQuery));var $mcj = jQuery.noConflict(true);</script><br />
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		<title>cartolineditalia_roma_lastampa</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Sep 2016 16:52:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
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		<title>cartolineditalia_taormina_lastampa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[bpagliaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Sep 2016 16:52:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
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		<title>prova db</title>
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		<dc:creator><![CDATA[bpagliaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Nov 2015 17:06:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
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					<description><![CDATA[]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<form id="form1" method="post" action ="<?php echo $_SERVER['PHP_SELF']; ?>&#8220;> <label><br />
<input id="search" name="search" type="text" /><br />
</label><br />
<label><br />
<input type="submit" /><br />
</label><br />
<img decoding="async" src="loading.gif" width="16" height="11" /><br />
</form>
<p><?php
$search= $_REQUEST['search'];
if ($search > &#8221;){ $search = $search;} else { $search = &#8221;;}<br />
?></p>
<p><script type="text/javascript" src="http://www.google.com/jsapi"></script><br />
<script type="text/javascript">
google.load('visualization', '1', {packages: ['table']});
</script><br />
<script type="text/javascript">
var visualization;</p>
<p>function drawVisualization() {</p>
<p>var query = new google.visualization.Query(
'https://docs.google.com/spreadsheets/d/1s9HObILkjfyMmV6-IBprebFhYJKOCTmjhhD29JTFrSw');</p>
<p>query.setQuery('SELECT A, B, C where upper(A) like upper("%<?php echo $search; ?>%") or upper(B) like upper("%<?php echo $search; ?>%") order by A asc label A "Type", B "Title", C "Date added"');</p>
<p>query.send(handleQueryResponse);
}</p>
<p>function handleQueryResponse(response) {
if (response.isError()) {
alert('Error in query: ' + response.getMessage() + ' ' + response.getDetailedMessage());
return;
}</p>
<p>var data = response.getDataTable();</p>
<p>visualization = new google.visualization.Table(document.getElementById('table'));
visualization.draw(data, {legend: 'bottom'});</p>
<p>}</p>
<p>google.setOnLoadCallback(drawVisualization);
</script></p>
<div id="table"></div>
</div>The post <a href="https://www.coseinfila.it/2015/11/30/prova-db/">prova db</a> first appeared on <a href="https://www.coseinfila.it">Beniamino Pagliaro</a>.]]></content:encoded>
					
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		<title>Il Piccolo</title>
		<link>https://www.coseinfila.it/2014/09/10/il-piccolo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[bpagliaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Sep 2014 09:33:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da: Il Piccolo – mercoledì 10 settembre 2014. Articolo di Giovanni Tomasin Dai porti alle strade, l&#8217;Italia &#8220;senza rete&#8221; Link: l&#8217;articolo in .pdf</p>
The post <a href="https://www.coseinfila.it/2014/09/10/il-piccolo/">Il Piccolo</a> first appeared on <a href="https://www.coseinfila.it">Beniamino Pagliaro</a>.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Da: Il Piccolo – mercoledì 10 settembre 2014. Articolo di Giovanni Tomasin</p>
<p><strong>Dai porti alle strade, l&#8217;Italia &#8220;senza rete&#8221;</strong></p>
<address>Link: <a href="http://www.coseinfila.it/wp-content/uploads/2014/09/senzarete_ilpiccolo.pdf">l&#8217;articolo in .pdf</a><a href="http://www.coseinfila.it/wp-content/uploads/2014/09/senzarete_ilpiccolo.pdf"><br />
</a></address>The post <a href="https://www.coseinfila.it/2014/09/10/il-piccolo/">Il Piccolo</a> first appeared on <a href="https://www.coseinfila.it">Beniamino Pagliaro</a>.]]></content:encoded>
					
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