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	<title>bpagliaro | Beniamino Pagliaro</title>
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		<title>It takes two. In cerca di un mentore</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Jan 2022 10:50:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Questa è Ok boomer, una newsletter per parlare di generazioni e dunque di noi. Fa più notizia il conflitto che l’alleanza, anche tra generazioni, ma è ovviamente possibile trovare un equilibrio. Per tante incomprensioni, per tanti millennials che sopportano e pensano Ok boomer, ci sono anche un mare di opportunità, appena proviamo a capirci. Il problema [&#8230;]</p>
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<p>Questa è Ok boomer, una newsletter per parlare di generazioni e dunque di noi.</p>



<p>Fa più notizia il conflitto che l’alleanza, anche tra generazioni, ma è ovviamente possibile trovare un equilibrio. Per tante incomprensioni, per tanti millennials che sopportano e pensano Ok boomer, ci sono anche un mare di opportunità, appena proviamo a capirci. Il problema è che questo tipo di dialogo richiede tempo, lavoro, attenzione.</p>



<p>Limitiamoci alla sfera professionale. Quanti di voi possono dire di avere un mentore? La Treccani&nbsp;<a href="https://www.treccani.it/vocabolario/mentore/">definisce</a>: un mentore è un “fido consigliere”, una “guida saggia”. Mi correggerete, ma temo che la pratica non sia così diffusa nel mercato del lavoro italiano, dove a volte sembra non ci sia tempo nemmeno per un respiro, figurarsi per una conversazione matura, costante, consapevole.</p>



<p>A volte forse abbiamo un mentore ma non lo sappiamo. Quel collega un po’ più senior con cui andate a pranzo una volta al mese per parlare di lavoro è un mentore? Dipende. Non ci si stringe la mano per dire, “hey, vuoi essere il mio mentore?”, ma è necessaria una reciproca consapevolezza e un reciproco interesse. Non è facile.</p>



<p>In numeri, dagli Stati Uniti, dove spesso ogni cosa è organizzata, e dunque poi si deve&nbsp;<em>fare</em>: il 71% delle grandi aziende ha programmi di mentorship. Il 97% di chi ha un mentore ne riconosce il valore e&nbsp;<a href="https://www.cnbc.com/2019/07/16/nine-in-10-workers-who-have-a-mentor-say-they-are-happy-in-their-jobs.html">il 91% è soddisfatto</a>&nbsp;dal proprio lavoro. Eppure solo il 37% ha un mentore. Infine, l’89% di chi ha avuto un mentore si spenderà come mentore con altri&nbsp;<a href="https://mccarthymentoring.com/why-mentoring-what-the-stats-say/">in futuro</a>. Benvenuti nel club.</p>



<p>Ho pensato spesso a questo ruolo. In parte perché sono fortunato e ho incontrato delle persone sagge e fidate con cui parlare nel corso degli anni. In parte perché invece questi legami sono molto complicati dal&nbsp;<em>contesto</em>&nbsp;dell’istante. Forse sono persone che sanno molto più di me di una certa cosa o di un modo di fare in una certa azienda in una certa epoca storica. Ma non sempre c’è uno sguardo d’insieme, un interesse genuino. Dunque non sono veri mentori.</p>



<p>Ho ripreso il filo del pensiero leggendo della vita di Virgil Abloh, il designer che molti, più esperti di me nella moda, definiscono rivoluzionario. Abloh aveva 41 anni, era da poco diventato direttore artistico di Louis Vuitton,&nbsp;<a href="https://www.nytimes.com/2021/11/28/style/virgil-abloh-dead.html">è morto a fine novembre</a>. La sua morte mi aveva colpito perché da qualche mese mi ero messo a seguire il suo lavoro. Ora, io di moda non capisco e non capirò, ma da non esperto e buon ultimo (amici esperti di moda, mi rendo conto suoni come se un profano di calcio vi dicesse, “mi sono appassionato a questo tal giocatore, si chiama Diego Armando Maradona”), da buon ultimo, dicevo, avevo incrociato il suo sguardo. Mi era parso così contemporaneo.</p>



<p>Dunque, Abloh ha avuto una vita piena, ha inventato, disegnato, trasformato il&nbsp;<a href="https://www.nytimes.com/2021/11/28/style/virgil-abloh-dead.html#:~:text=the%20meaning%20of%20%E2%80%9Cfashion%E2%80%9D%20itself">significato di fashion</a>, dice il New York Times. Faceva il dj, disegnava anche mobili, aveva una famiglia. Non gli mancavano le cose da fare, ma mi ha colpito che molti abbiano voluto ricordare il suo interesse per il ruolo di mentore. Abloh aveva lanciato un programma di mentorship ed era&nbsp;<a href="https://www.nytimes.com/2021/12/02/style/virgil-abloh-mentorship.html">noto nell’industry</a>&nbsp;per voler passare il testimone.</p>



<p>Jo Ellison sul Financial Times&nbsp;<a href="https://www.ft.com/content/ade7d754-777f-4a01-939e-d884abd6341d">si è chiesta</a>&nbsp;quanti oggi siano i leader in grado di farlo davvero. È complicato: c’è il rischio di passare come boomer che vuole spiegare le cose (ricorderò sempre l’urlo di un mio collega senior – preciso,&nbsp;<em>non</em>&nbsp;mentore – che, appena sentito il nome di un potenziale intervistato o ufficio stampa, rispondeva: “tipica imprecazione dialettale di cinque lettere! Nome Cognome lo conosco da vent’anni”). E c’è il rischio che la prassi corporate renda anche quest’attività, così umana, un ennesimo impegno burocratico. Caselle da barrare.</p>



<p>In verità esiste (resiste) un limite profondo tra paternalismo e accompagnamento, tra consiglio e parere. È inutile chiedere un consiglio a chi vive un mondo diverso dal nostro. Ha le sue aspirazioni, certo, però non deve crescere. Deve conservare. Trovare un mentore significa stabilire una conversazione, rispettosa. Il presupposto è un interesse che può essere al tempo stesso genuino (diremmo disinteressato) ma anche attivo. Ricordo lo shock di quando, saranno passati dieci anni, incontrai un noto giornalista americano a New York. Gli avevo scritto un&#8217;email, lui rispose, era curioso. Forse stava buttando quindici minuti del suo tempo, forse gli avrei raccontato qualcosa. Un po’ diverso dal terrore mascherato da indifferenza nel volto di qualche boomer quando arriva un nuovo collega, e chissà di chi è figlio questo.</p>



<p>Dunque nel 2022 proviamo a cercare un mentore. Forse ci capiremo un po’ meglio, cari boomer. Virgil Abloh era tecnicamente quasi un millennial. Nato nel 1980, aveva iniziato a lavorare con una internship da 500 dollari al mese. “Everything I do is for the 17-year-old version of myself”, diceva. A volte è un buon consiglio, e grazie per aver letto fino a qui.</p>



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		<title>Buone letture del 2021, con molti auguri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[bpagliaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Dec 2021 09:44:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Scrivo ancora in viaggio, penultimo volo dell’anno. L’aereo ha bucato la nebbia del mattino e si avvicina al mare, e sono qui con la mia lista di buone letture. È un gioco che però mi obbliga a guardare un po’ indietro. Mi capita spesso di associare un luogo in particolare a un libro. Per alcuni [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="has-text-align-left">Scrivo ancora in viaggio, penultimo volo dell’anno. L’aereo ha bucato la nebbia del mattino e si avvicina al mare, e sono qui con la mia lista di buone letture. È un gioco che però mi obbliga a guardare un po’ indietro. Mi capita spesso di associare un luogo in particolare a un libro. Per alcuni è decisamente un treno, per altri una vasca da bagno, per altri ancora una sdraio su un molo d&#8217;estate. Scegliere gli undici libri dell’anno non significa che gli altri non meritino, anzi, quest’anno ho fatto scelte dolorose (è un gioco, appunto). Ma guardarli aiuta a ricostruire i mesi andati.<br><br>Quali sono i libri che porterai con te dal 2021? Ecco i miei.<br><br>Buon anno!<br>Beniamino</p>



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<p><em><a href="https://amzn.to/3FVl6Zn" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Lo stadio di Wimbledon</a></em><br><strong>Daniele Del Giudice</strong><br>Trovato su uno scaffale, l’ho iniziato a leggere senza sapere che la città dove arriva il protagonista è la mia città, Trieste. Non serve nemmeno dirlo, perché lo si capisce in fretta. Il viaggio prova a spiegare perché uno scrittore non abbia scritto.<br><br><em><a href="https://amzn.to/3ERDDV7" target="_blank" rel="noreferrer noopener">The Man who Ran Washington &#8211; The Life and Times of James A. Baker III</a></em><br><strong>Peter Baker e Susan Glasser</strong><br>Un grande racconto biografico di un protagonista del Novecento, il segretario di Stato che ha chiuso la guerra fredda. Prezioso nello sguardo sul metodo di lavoro, sulla cura del particolare, sul rispetto degli altri, oltre che su un’epoca di contrapposizioni che pensavamo superata.<br><br><em><a href="https://amzn.to/3FEpSKA" target="_blank" rel="noreferrer noopener">A Thousand Brains &#8211; A New Theory of Intelligence</a></em><br><strong>Jeff Hawkins</strong><br>Per parlare di intelligenza artificiale dovremmo prima capire l’intelligenza, il cervello. Questo libro offre uno sguardo semplice per iniziare a farlo, immaginare l’evoluzione dei prossimi anni, e affrontare i limiti attuali, oltre la retorica.<br><br><em><a href="https://amzn.to/3428Wzz" target="_blank" rel="noreferrer noopener">La riunione</a></em><br><strong>Pietro Galeotti</strong><br>Per spiegarlo potrei dire che <em>La riunione</em> sta alla vita di chi lavora nella creazione di contenuti in redazioni organizzate come <em>Boris</em> sta al cinema e alle serie tv. Racconta proprio chi siamo, e la vita che proviamo a fare, consapevoli che sia soltanto una pausa tra una riunione e l’altra.<br><br><em><a href="https://amzn.to/32FwzNL" target="_blank" rel="noreferrer noopener">The Cost of Living</a></em><br><strong>Deborah Levy</strong><br>Non so bene come descriverlo, il titolo dice tutto. Però non bisogna pensarla in negativo, anzi. Una frase: “Ideas come to us as the successors to griefs and griefs, at the moment when they change into ideas, lose some part of their power to injure the heart”.<br><br><em><a href="https://amzn.to/3qDpYf9" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Vite che non sono la mia</a></em><br><strong>Emmanuel Carrère</strong><br>Saper guardare e infilarsi nelle storie. Spiegato bene. Doloroso come vero.<br><br><em><a href="https://amzn.to/3eAQpMN" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Innovation in Real Places &#8211; Strategies for Prosperity in an Unforgiving World</a></em><br><strong>Dan Breznitz</strong><br>Detestavo chi lucra con chiacchiere sull’innovazione prima di leggere Dan Breznitz. Ora ho le prove! Si può fare innovazione e portare riscatto anche in terre che rischiano la depressione economica garantendo dividendi a pochi. Ma è necessario volerlo.<br><br><a href="https://amzn.to/3JtfA2g" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>The Spy and the Traitor</em></a><br><strong>Ben Macintyre</strong><br>Che storia! Una doppia spia tra Unione sovietica e Regno Unito. Meglio di un film, come si dice.<br><br><a href="https://amzn.to/3FMNT2c" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Due vite</em></a><br><strong>Emanuele Trevi</strong><br>Un libro che racconta di amicizie e di passaggi generazionali, di Roma e dunque di noi.<br><br><a href="https://amzn.to/3Jua7bh" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Armoniose bugie. Saggi 1959-2007</em></a><br><strong>John Updike</strong><br>È una raccolta, ma che raccolta. I saggi di uno dei miei scrittori preferiti.<br><br><em><a href="https://amzn.to/3Jua7bh" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Senior service</a></em><br><strong>Carlo Feltrinelli</strong><br>La vita di Giangiacomo Feltrinelli, editore. Diceva: “Un editore può cambiare il mondo? Difficilmente: un editore non può nemmeno cambiare editore”. Ma anche: “Io cerco di fare un’editoria che magari ha torto lì per lì, nella contingenza del momento storico, ma che, quasi per scommessa, io ritengo abbia ragione nel senso della storia”.<br><br><em><a href="https://app.goodmorningitalia.it/ebook2022" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Bonus: L’anno che verrà 2022</a></em><br>Il libro di Good Morning Italia sull’anno che verrà, con molti grandi autori. Qui c’è <a href="https://blog.goodmorningitalia.it/2021/12/28/lanno-che-verra-2022-lintroduzione-di-beniamino-pagliaro/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">la mia introduzione</a>.</p>



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		<title>Come aver ragione al momento giusto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[bpagliaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Dec 2021 10:18:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ok boomer]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questa è Ok boomer e oggi parliamo di tempismo, o meglio della complicata arte di aver ragione al momento giusto. Due mesi fa il premio Nobel per l’economia è stato assegnato a tre ricercatori conosciuti per aver sviluppato una “rivoluzione della credibilità” nel loro campo. Che significa?&#160;Lo spiega meglio di me&#160;un altro premio Nobel, Paul Krugman, sul [&#8230;]</p>
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<p>Questa è <a href="https://www.coseinfila.it/ok-boomer/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Ok boomer</a> e oggi parliamo di tempismo, o meglio della complicata arte di aver ragione al momento giusto.</p>



<p>Due mesi fa il premio Nobel per l’economia è stato assegnato a tre ricercatori conosciuti per aver sviluppato una “rivoluzione della credibilità” nel loro campo. Che significa?&nbsp;<a href="https://www.nytimes.com/2021/10/11/opinion/nobel-prize-economics.html">Lo spiega meglio di me</a>&nbsp;un altro premio Nobel, Paul Krugman, sul New York Times. Solitamente gli economisti hanno a che fare con ipotesi e fogli di calcolo. Possono osservare ma non fare esperimenti veri e propri, perché, come dire, in mezzo ci andrebbero delle persone, i loro risparmi, il loro lavoro. Guardare ma non toccare. Ci sono però delle importanti eccezioni, e uno degli esempi più famosi, ricorda Krugman, riguarda l’introduzione del salario minimo per i lavoratori nello stato americano del New Jersey.</p>



<p>È il 1992. Fino a quel momento la maggior parte degli economisti pensa che aumentare il salario minimo significa ridurre l’occupazione generale. Il New Jersey introduce la nuova legge. Lo stato della Pennsylvania, che confina con il New Jersey, non lo fa. Scatta l’esperimento: gli economisti osservano i due mercati, quello che ha subito una modifica dall’alto e quello che non l’ha subita, e notano che il nuovo salario minimo del New Jersey non ha un vero effetto negativo sul numero di posti di lavoro. In compenso, i lavoratori più poveri hanno avuto degli stipendi migliori. Yes, we can.</p>



<p>Esperimenti come quello del New Jersey sono stati ripetuti molte volte, e in particolare la pandemia ha offerto un numero inedito di operazioni a cuore aperto sull’economia, dai divieti di licenziamento ai bonus, dai consumi congelati alla corsa a comprare alcuni beni, fino al doping benevolo delle ristrutturazioni. Ogni intervento una tantum nasce dalla volontà di risolvere un&nbsp;problema a cui le forze naturali dell’economia non sembrano in grado di rispondere. Stipendi troppo bassi, centri termali troppo vuoti, o facciate delle case che non vengono ristrutturate per quarant’anni e poi – magia! – si trovano i soldi perché lo Stato li restituisce in credito d’imposta. Quindi si decide a tavolino come far andare le cose: quando leggi che “c’è più Stato nell’economia”, significa proprio questo. Non sempre funziona, ma sono tentativi.</p>



<p>Storicamente, destra e sinistra hanno avuto posizioni opposte su questo tipo di interventi. Per farla molto semplice anche se non lo è: la destra vuole meno Stato, vuole lasciare che sia il singolo a decidere della propria fortuna. La sinistra vuole più Stato, più garanzie, e dunque più spesa pubblica. C’è poi una grande differenza tra destra e sinistra in Italia, per esempio, e destra e sinistra negli Stati Uniti. Ma in generale la pandemia è stata così eccezionale da obbligare anche chi era più vicino alla destra ad accettare misure di emergenza.</p>



<p>A destra, dunque, dicono da sempre che troppe tutele per chi non trova un lavoro diventano un incentivo a non lavorare. È un argomento classico ed efficace anche a casa nostra. Pensa a quell’amico vicino o lontano che ormai da qualche tempo prende ottocento o mille euro di reddito di cittadinanza e magari arrotonda con un lavoro in nero. Rischia di guadagnare più della metà degli under 35 italiani che si presentano puntuali in ufficio, in fabbrica, o almeno in call. Ecco, l’argomento funziona. Eppure, dice Krugman: anche se c’è qualche effetto collaterale e qualche disincentivo derivante dalle tutele per i disoccupati, questi effetti negativi sono davvero piccoli.</p>



<p>Dobbiamo dunque superare la tentazione dell’aneddoto, dell’amico lontano o vicino, e riconoscere: nei numeri non sembra davvero esserci un incentivo a rimanere disoccupati.&nbsp;</p>



<p>La novità è però nel metodo. Quante volte hai sentito la cantilena sull’epoca dei dati? Bene, finalmente questi dati diventano utili e – nota l’<a href="https://www.economist.com/leaders/2021/10/23/a-real-time-revolution-will-up-end-the-practice-of-macroeconomics">Economist</a>&nbsp;– aiutano persino a conoscere in tempo reale l’andamento dei fenomeni economici. Questo significa che molte bugie o scuse su politiche che non si potevano&nbsp;<em>proprio&nbsp;</em>adottare vengono messe progressivamente da parte. Perché si può provare e osservare. Cosa sta succedendo? Dice Krugman: l’economia basata sui dati tende a supportare politiche economiche più attiviste. Sono le politiche che fino a poco fa avremmo definito “di sinistra”. Ovviamente, vincono tutti: non solo la sinistra. Perché nel momento in cui le politiche sono adottate da tutti, non sono più parziali e divisive, ma benvenute e rassicuranti.</p>



<p>Possiamo dunque dire che sostenere l’aumento del salario medio non è più di sinistra?&nbsp;Dipende. Negli Stati Uniti è bipartisan. E anzi i repubblicani che provano a immaginare una destra dopo Trump (o se non altro provano a mettere in campo delle idee che non lo irritino troppo)&nbsp;<a href="https://www.axios.com/trump-republican-doctrine-e4070418-6874-4977-a538-2b4daa4e5a18.html">presentano un’agenda</a>&nbsp;di diritti, benefit parentali, lotta alle grandi aziende.</p>



<p>In Italia, e lo dico senza troppa esterofilia, l’aumento dei salari sembra ancora un’operazione di sinistra. A destra si parla di flat tax, poi in verità c&#8217;è l&#8217;eccezione Draghi e il&nbsp;<a href="https://www.repubblica.it/economia/2021/10/28/news/trenta_miliardi_e_tagli_al_fisco_ecco_la_manovra-324171389/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">governo si muove</a>. Ma il dibattito di bandiera dice più del ritardo della classe politica italiana che del dibattito economico internazionale. Era dunque giusto –&nbsp;o se non altro saggio – intervenire sui salari negli ultimi decenni? Nell’evoluzione arrivano ogni tanto dei momenti da cui tutto cambia. C’è un nuovo standard. Auguri a chi vuol tornare indietro.</p>



<p>Se guardiamo al passato, la parabola che più mi ricorda questa incapacità di capire giusto e sbagliato, riguarda la battaglia ecologista. Sembrava una nicchia, chi faceva la raccolta differenziata veniva quasi preso in giro, era&nbsp;strano, ora è mainstream tanto da dettare l’agenda alla comunicazione di politica e grandi imprese.</p>



<p>E quindi: stiamo almeno imparando qualcosa? Già, qui parliamo di generazioni. Abbiamo gli strumenti per fare meglio e capire se qualcosa non stia funzionando nel divario di opportunità, stipendi (ancora più grave in Italia, ancora più grave per le donne). In fondo, spetta a ognuno di noi decidere se apparire strani per un po’ ma avere ragione nel 2031, o mantenere una certa coerenza e non capire nulla oggi e domani.</p>



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		<dc:creator><![CDATA[bpagliaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Nov 2021 10:40:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Scrivo da un treno in corsa, mi sembra di aver prenotato l&#8217;intera carrozza 2 di questo Intercity. Fuori dalla finestra passa la geografia spenta dei campi piemontesi. I fari bucano una nebbia così fitta che il tassista che mi ha portato alla stazione l&#8217;ha definita &#8220;un nebbione di quelli di una volta&#8221;. Non ho discusso sul [&#8230;]</p>
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<p>Scrivo da un treno in corsa, mi sembra di aver prenotato l&#8217;intera carrozza 2 di questo Intercity. Fuori dalla finestra passa la geografia spenta dei campi piemontesi. I fari bucano una nebbia così fitta che il tassista che mi ha portato alla stazione l&#8217;ha definita &#8220;un nebbione di quelli di una volta&#8221;. Non ho discusso sul fascino della nostalgia e sono salito a bordo.</p>



<p>Questa è&nbsp;<a href="https://www.coseinfila.it/ok-boomer/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Ok boomer</a>, e il treno che corre ha ben&nbsp;poco da dire sui grandi fatti della settimana nell&#8217;incomprensione diffusa tra generazioni. Però quando sono salito sulla&nbsp;carrozza 2 mi sono trovato dentro al Frecciabianca che dieci anni fa è stato il treno che da casa mia avanzava verso il mondo, o quello che pensavamo fosse il mondo. Hanno fatto un downgrade al povero Frecciabianca, è divenuto un&nbsp;Intercity Notte&nbsp;e fa Torino-Salerno in comode&nbsp;tredici ore e 25 minuti. Io scendo a Milano, ma mi sono rivisto dieci anni fa e mi sono detto un bel&nbsp;<em>Ok millennial</em>: è proprio tutto relativo.</p>



<p>Sembriamo&nbsp;ben&nbsp;avviati verso un nuovo complicato capitolo nella pandemia. Fortunatamente c&#8217;è il vaccino, siamo preparati meglio, ma nessuno potrà credibilmente fare grande affidamento sul senso di emergenza, perché tutto passa. Anche l&#8217;emergenza non è più quella di una volta, direbbe il mio tassista.</p>



<p>Mentre pensavo a questo, qualche giorno fa, mi è caduto l&#8217;occhio su&nbsp;una notizia di agenzia. Il presidente del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, parlava della differenza tra generazioni nel leggere la realtà della pandemia, e diceva: &#8220;La fascia più&nbsp;critica non è&nbsp;quella dei giovani ma quella della popolazione over 50, più&nbsp;facilmente condizionabile dai social&#8221;, &#8220;sprovvista di una preparazione e natività&nbsp;digitale che&nbsp;permetta&nbsp;di valutare i contenuti&#8221;.</p>



<p>Penso sia in gran parte un problema di contesto, e dunque di nuovo di essere contemporanei al tempo che viviamo.&nbsp;&#8220;I social&#8221;, che già detta così meriterebbe qualche precisazione, non danno&nbsp;istruzioni per l&#8217;uso. E se anche nella frase di Fedriga c&#8217;è un pezzo di verità, mi sembra proprio complicato individuare un rapporto di causa-effetto. Ma c&#8217;è qualcosa da indagare. Pensa a quante volte al giorno, scrollando inutilmente, provi&nbsp;<a href="https://www.rivistastudio.com/imbarazzo-per-gli-altri/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">imbarazzo</a>&nbsp;per qualcuno altro, per quello che&nbsp;qualcun altro ha scelto di dire o fare davanti a tutti. Non serve arrivare agli estremi, allo zio complottista che tutti sembrano avere (non è il mio caso, giuro!). Il danno principale non è nel merito, ma nel metodo.</p>



<p>Non capire il contesto non significa credere a&nbsp;<em>ogni</em><em>cosa</em>, ma significa credere che il proprio punto di vista sia sempre molto importante. Quando lo apro, Facebook mi chiede: &#8220;A cosa stai pensando Beniamino?&#8221;. Sapessi! Non capire il contesto&nbsp;significa pensare che il parere di un proprio&nbsp;<em>amico&nbsp;</em>sia davvero utile da conoscere. È un amico, mi potrò fidare. Nella sfera commerciale, non ci fidiamo della pubblicità, ma ci fidiamo&nbsp;<a href="https://www.marketingcharts.com/cross-media-and-traditional/word-of-mouth-113276" target="_blank" rel="noreferrer noopener">mooolto</a>&nbsp;degli amici, del passaparola, e chi vende&nbsp;sfrutta a dovere queste tecniche. Il mio&nbsp;<em>amico&nbsp;</em>(magari è un tizio conosciuto dodici anni fa a una festa e mai più visto, ma ne so quasi&nbsp;<em>tutto</em>, perché condivide&nbsp;<em>molto</em>) è stato nel tal ristorante. Se ci è andato lui, forse è una buona idea andarci. È naturale.</p>



<p>Quando ho scritto del&nbsp;<a href="https://www.coseinfila.it/2021/11/05/grande-come-una-casa/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">problema della casa</a>&nbsp;avevo citato&nbsp;&#8220;la condanna della media&#8221;. Oggi sento che vorrei scagliarmi contro la dittatura dell&#8217;aneddoto.<br>Perché non ce ne frega niente di quel che hai da dire perché l&#8217;hai visto con i tuoi occhi, né tantomeno del racconto di tuo cugino. Un aneddoto non fa tendenza, e sicuramente non lo fa se parli di fenomeni complessi come una pandemia.</p>



<p>Si discute da tempo&nbsp;del fatto che i boomers&nbsp;<a href="https://www.vox.com/policy-and-politics/2019/1/10/18175913/facebook-fake-news-2016-election-republicans-trump" target="_blank" rel="noreferrer noopener">condividano più fake news</a>&nbsp;delle altre classi d&#8217;età. Fedriga parla dei cinquantenni anche perché in Friuli Venezia Giulia è&nbsp;<a href="https://www.ilgazzettino.it/nordest/pordenone/covid_fvg_vaccini-6209866.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">tra le fasce</a>&nbsp;che si sono vaccinate di meno. Nei fatti il dato italiano vede la&nbsp;<a href="https://tg24.sky.it/cronaca/approfondimenti/dati-vaccini-covid-italia" target="_blank" rel="noreferrer noopener">fascia 40-49</a>&nbsp;ancora più indietro. Ho molti&nbsp;amici boomer e sarebbe sciocco dire&nbsp;che siano&nbsp;indifesi. Forse sono soltanto meno scettici, e qui vale il solito disclaimer: non siamo tutti uguali, né boomer né&nbsp;millennial. Ma come dicevo qualche puntata fa&nbsp;<a href="https://www.coseinfila.it/2021/10/15/perche-non-siamo-quitters/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">parlando del lavoro</a>: abbiamo mediamente vissuto percorsi un po’ meno lineari. I millennials sono dei criticoni, a&nbsp;volte persino disillusi. Poi, abbiamo meno tempo, e dunque anche meno tempo per condividere news, e&nbsp;forse ancora meno tempo per condividere fake news.</p>



<p>I millennials non sono la generazione del “l’ha detto la tv” o “l’ha scritto il giornale”. Forse rincorriamo ingenuamente l’autenticità del profilo Instagram che parla dritto in camera proprio a noi (ma dai!) con un maglione <em>supplied </em>dal grande brand. Così qualche boomer scrolla Facebook, le sue perfette tessere di informazione pronte da condividere. Sembrano, come dire, vere. <em>Ufficiali </em>come un titolo del Tg1 delle venti. Uno scroll e c’è il grande giornale, quello dopo c’è la testatina che fa click baiting su tutto, anche sul vaccino. Il carissimo amico del liceo l’ha condiviso, e poi c’è pure il bottone, dice “condividi” e che vuoi fare? Si condivide. Forse si riempie un po&#8217; di tempo, ci si sente meno soli, e buongiornissimo anche a voi.</p>



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		<title>La zanzara e il gattopardo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[bpagliaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Nov 2021 16:35:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ok boomer]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questa è Ok boomer, e benvenuti ai (tanti!) nuovi iscritti. Qui ci sono le puntate precedenti. Se la newsletter ti sembra interessante e ti viene in mente almeno una persona che dovrebbe proprio leggerla, puoi inoltrarla e soprattutto suggerirle di iscriversi con un clic.  Al lavoro! Tre giorni fa ho intervistato sul palco di una conferenza a Milano la [&#8230;]</p>
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<p>Questa è Ok boomer, e benvenuti ai (tanti!) nuovi iscritti. <a href="https://www.coseinfila.it/ok-boomer/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Qui ci sono le puntate precedenti</a>. Se la newsletter ti sembra interessante e ti viene in mente almeno una persona che dovrebbe proprio leggerla, puoi inoltrarla e <em>soprattutto</em> suggerirle di <a href="https://www.coseinfila.it/ok-boomer/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">iscriversi con un clic</a>. </p>



<p>Al lavoro! Tre giorni fa ho intervistato sul palco di una conferenza a Milano la country manager di Amazon per Italia e Spagna,&nbsp;<a href="https://twitter.com/marseglia" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Mariangela Marseglia</a>. Abbiamo parlato di molti argomenti, ma ho voluto farle due volte una domanda, così, per essere sicuro della risposta. Le ho chiesto: come sta andando, davvero, il lavoro remoto? Finita la fase frenetica della continuità, un anno e mezzo&nbsp;<em>dopo</em>, come sta funzionando il processo decisionale, la capacità di inventare, discutere, lanciare nuovi prodotti?</p>



<p>Dall’inizio della pandemia i lavoratori white collar (che non hanno più bisogno del white collar, tra l’altro) di Amazon in Italia sono cresciuti del 30%. Questo significa che centinaia di persone assunte potrebbero non aver mai visto i nuovi colleghi. Le cose cambiano e anche Amazon, a livello globale, ha dovuto cambiare idea: a marzo l’azienda disse che si aspettava il ritorno a “una cultura basata sulla centralità dell’ufficio”. Ma nemmeno Amazon, con il potere indiscusso che ha sul mercato dei talenti, può resistere all’emergere di nuovi standard. Chi può, chiede di lavorare da dove vuole, in modo remoto o comunque flessibile, e persino Amazon si adegua. Non significa liberi tutti, saranno i responsabili dei vari team a definire le modalità di lavoro. Il Ceo&nbsp;<a href="https://www.aboutamazon.com/news/workplace/amazon-offering-teams-more-flexibility-as-we-return-to-office" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Andy Jassy</a>&nbsp;ha citato l’idea che i lavoratori siano comunque non così lontani, dunque a disposizione per venire in ufficio con un giorno di preavviso. Ma è ancora un cantiere.</p>



<p>La risposta di Marseglia è dunque una conferma ma anche una sorpresa. Mi ha detto che il lavoro remoto sta funzionando molto bene, anzi persino meglio rispetto a prima. Se conosco un po’ il modo di operare di Amazon, devo immaginare che ci siano decine di analisti che hanno studiato le performance interne degli ultimi mesi, e hanno concluso che la linea office-centric non era poi così l’unica via.</p>



<p>Pensavo a tutto questo, dunque, provando a segnare mentalmente le novità. Ma ho quasi incontrato una difficoltà nel ragionamento. Provo a spiegarmi: di lavoro remoto, di prima e dopo, abbiamo letto e scritto per mesi e mesi. Come qualsiasi&nbsp;<em>cosa nuova</em>, all’inizio siamo sorpresi, forse spaventati, forse persino esaltati. Non ci avevamo pensato prima! Subito la mettiamo in discussione, la analizziamo. Facciamo dei tentativi, torniamo indietro, proviamo degli annunci per vedere che effetto fa. Poi il tempo crea un consenso (è l&#8217;unico sollievo del passare del tempo), abbiamo capito quella&nbsp;<em>cosa nuova</em>, risolto quel problema. Sui giornali ne scriviamo un po’ di meno perché il&nbsp;<em>tema</em>&nbsp;ci sembra già arato. Finalmente ci possiamo occupare di altro e magari saremo un po’ migliori.</p>



<p>È in quel preciso respiro, di solito tra le parole&nbsp;<em>finalmente</em>&nbsp;e&nbsp;<em>migliori</em>, che fa capolino come un’imperterrita zanzara, una decisione che senza apparente gravitas, smentisce tutte le riflessioni, i ragionamenti, il tempo investito finora. In quell’istante, nel chiudere gli occhi e scegliere un po’ così, perché ci va, l’Italia sa primeggiare. Così, nonostante buone pratiche, tentativi, e ovviamente anche difficoltà, i lavoratori della pubblica amministrazione sono tornati sostanzialmente&nbsp;<a href="https://www.forumpa.it/riforma-pa/smart-working/lavoro-agile-cosa-sta-accadendo-e-cosa-accadra-nelle-pa-dopo-il-decreto-brunetta/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">tutti in ufficio</a>. L’Inps (l’Inps!) aveva registrato grazie al lavoro agile un aumento della produttività del 12,5%? Poco importa. Altro che zanzara, è un Gattopardo: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”.</p>



<p>Le ricerche e i sondaggi si sprecano, ma nel privato sembra in effetti&nbsp;<a href="https://www.italian.tech/dossier/pnrr-e-trasformazione-digitale/2021/11/08/news/lo_smart_working_resiste_alla_pandemia_piace_ai_lavoratori_ed_e_piu_sostenibile-325585772/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">prevalere</a>&nbsp;l’idea di una&nbsp;<a href="https://www.corriere.it/economia/lavoro/21_ottobre_30/97percento-manager-dice-si-smart-working-anche-post-pandemia-7c54ac12-38c7-11ec-8ce2-c94918111ac8.shtml" target="_blank" rel="noreferrer noopener">flessibilità crescente</a>. Cosa farà la pubblica amministrazione? Si metterà a pensare e tra dieci anni inseguirà quel che fa il privato.</p>



<p>Arrivati fin qui, potresti chiedermi: che c’entrano le generazioni? Garantisco di conoscere millennials molto incapaci di lavorare da casa e boomers eccellenti nella gestione del proprio tempo. Una riforma ragionata del modo di lavorare, finito (fingers crossed) il tempo dell’emergenza, non può che essere positiva. Ma i cambi di standard vanno colti quando accadono, non inseguiti con anni di ritardo.</p>



<p>Uno dei problemi principali nel dialogo tra generazioni sono le abitudini. Il peso dell’abbiamo-fatto-sempre-così, anche se quel&nbsp;<em>fatto</em>&nbsp;è stampare un file e poi scansionarlo e poi inviarlo con un allegato da 12 megabytes. Ogni volta che succede qualcosa del genere, non soltanto muore un albero: muore il nostro tempo libero o meglio liberato. Fuori dall’aneddotica, la fatica dell’inerzia è il principale problema del vecchio modo di lavorare, e dunque, moltiplicato, delle chances di un Paese di essere&nbsp;<em>contemporaneo</em>. Questa rivoluzione del lavoro, arrivata con il trauma, poteva essere una grande occasione. In parte lo è già stata. Poteva anche essere una spinta gentile a far lavorare assieme generazioni diverse, perché a guidare non era più l&#8217;abitudine ma la delega, la rendicontazione, la fiducia necessaria,&nbsp;degli obiettivi. Si poteva fare, e invece, convintamente, la parte che più ne avrebbe bisogno, viene lasciata indietro.&nbsp;</p>



<p>Ogni volta che un dipendente pubblico (o privato, per carità) perde due minuti per un compito che potrebbe svolgere nella metà del tempo, quel tempo non si potrà recuperare.</p>



<p>Il tempo, in fondo, è tutto ciò che abbiamo. Dunque, buon weekend.</p>



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		<title>Grande come una casa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[bpagliaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Nov 2021 11:13:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ok boomer]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questa è Ok boomer, e benvenuti ai nuovi arrivati. Oggi parliamo di casa e di un paradosso italiano, ma prima un po’ di ordine dalle puntate precedenti. Qualche settimana fa avevo scritto dei quitters e della great resignation: dell’onda di persone che scelgono di lasciare il proprio lavoro. Quando ne ho scritto non c’erano ancora [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Questa è Ok boomer, e benvenuti ai nuovi arrivati. Oggi parliamo di casa e di un paradosso italiano, ma prima un po’ di ordine dalle puntate precedenti.</p>



<p><a href="https://www.coseinfila.it/2021/10/15/perche-non-siamo-quitters/">Qualche settimana fa avevo scritto dei <em>quitters</em></a> e della <em>great resignation</em>: dell’onda di persone che scelgono di lasciare il proprio lavoro. Quando ne ho scritto non c’erano ancora dati sull’Italia, ma ora ci sono e <a href="https://twitter.com/AGarnero/status/1452608210934902787">come mostrano Andrea Garnero</a> e <a href="https://www.lavoce.info/archives/90466/si-apre-la-stagione-delle-grandi-dimissioni/">Francesco Armillei</a>, l’effetto si vede anche qui: “Tra aprile e giugno si registrano 484mila dimissioni”; una interruzione di lavoro su cinque&nbsp;si è chiusa&nbsp;con la dimissione del dipendente. I ricercatori si chiedono quali siano le motivazioni. Potrebbe avere un peso il blocco dei licenziamenti, scaduto il primo novembre, che ha tenuto congelato il mercato del lavoro. Possiamo provare a cercare delle motivazioni dietro queste scelte: la pandemia può aver avuto un ruolo, soprattutto nel far emergere nuove esigenze. Persino i sindacati scioperano <a href="https://torino.repubblica.it/cronaca/2021/11/04/news/sciopero_smart_working_unipol-325021700/">per chiedere il lavoro remoto</a>, un titolo che forse non avrei mai pensato di scrivere.</p>



<p>Le cose cambiano, dunque. Ma altre non cambiano proprio, ho pensato qualche giorno fa, leggendo l’ennesima ricerca sul desiderio di comprare casa. Titolo: &#8220;<a href="https://www.repubblica.it/economia/rapporti/osserva-italia/conad/2021/10/12/news/giovani_comprano_casa_nuova-321884001/">La casa di proprietà è un desiderio di tutti i giovani sotto i 30 anni</a>&#8220;. La ricerca è commissionata da immobiliare.it, ma ce ne sono molte sul genere. Questa dice che il 98% degli under 30 &#8220;coltiva il desiderio di acquistare una casa non appena sarà possibile&#8221;. Cari i nostri coltivatori, il desiderio è corretto, ma qui i dati non sorridono. <a href="https://www.corriere.it/economia/casa/20_febbraio_09/92percento-italiani-ha-casa-ma-solo-6percento-ha-meno-35-anni-dd427b26-4b16-11ea-aff7-4a3600894a18.shtml#:~:text=La%20propriet%C3%A0%20immobiliare%20italiana%20%C3%A8,redatto%20dall'Agenzia%20delle%20Entrate.">Solo il 6%</a> delle case è posseduto da under 35. <a href="https://www.lavoce.info/archives/86622/non-e-la-casa-il-problema-dei-giovani/">Quasi il 65%</a> della fascia 18-34 vive in casa di un genitore.</p>



<p>L’età media dell’acquisto della (prima) casa in Italia cresce, oggi è <a href="https://www.mutuionline.it/news/sale-l-eta-media-di-chi-compra-casa-chi-acquista-ha-45-anni-00030042.asp">45 anni</a>. Tutto sembra seguire questo schema <a href="https://www.youtube.com/watch?v=RJliYBz0X5Q">molto italiano</a> “Fino ai 45 sei un ragazzino”&nbsp;(sul quale mi sento di dissentire): se consideriamo la fascia fino ai 44 anni, infatti, il <a href="https://www.idealista.it/news/immobiliare/residenziale/2021/05/12/153961-che-tipo-di-casa-conviene-comprare-o-affittare-se-hai-meno-di-44-anni">71% è proprietario</a> (ma 4 su dieci ha comprato senza bisogno di fare un mutuo!) e il 29% è in affitto.</p>



<p><a href="https://www.ilsole24ore.com/art/semi-lockdown-4-lavoratori-colpiti-10-sono-under-35-ADN9aLz">Più della metà</a> degli under 35 guadagna meno di mille euro netti al mese. Scrive Lavoce.info: “<a href="https://www.lavoce.info/archives/67374/famiglie-giovani-senza-mezzi-per-affrontare-la-crisi/">I giovani di oggi sono</a> più poveri di quanto non fossero i loro genitori alla loro stessa età, mentre gli anziani di oggi sono più ricchi degli anziani di ieri”. Non è una sorpresa che non comprino casa: i redditi che hanno sono troppo bassi o instabili per iniziare a pensarci.</p>



<p>È un circolo vizioso: più a lungo l’acquisto della casa viene rinviato, più viene limitata la capacità di risparmiare. Bloomberg ha dedicato un corposo approfondimento senza farsi problemi sull’ansia generata. Titolo: <a href="https://www.bloomberg.com/features/2021-millennials-are-running-out-of-time/">Millennials Are Running Out of Time to Build Wealth</a>.</p>



<p>Il modo più normale per costruire un patrimonio per l’americano medio (come per l’italiano, del resto) era attraverso la casa. Non è più così, anche perché le case costano molto di più (328 mila dollari in media per i millennials a 40 anni, 216 mila per i boomer a 40 anni).</p>



<p>Mi sono guardato attorno: nella mia rete sociale la gran parte delle persone vive in affitto, vive in case di proprietà della famiglia di origine o ha acquistato una casa con sostanziali aiuti della famiglia d’origine. La stessa pratica della firma di mamma o papà sul mutuo in banca cosa ci deve suggerire? Il sistema sa (deve sapere) che il semplice connubio reddito da lavoro più mutuo bancario non può reggere. E si fa garantire sulla ricchezza dei boomer. È la fine di un modello. Ma quando il reddito non è il motore principale dell&#8217;economia, le opportunità diminuiscono. Dipende tutto dal passato: la capacità di costruire qualcosa di buono si riduce drasticamente.</p>



<p>Sono andato in banca, dunque, ovvero ho chiesto a una delle banche più importanti d’Italia di farmi parlare con le persone più titolate in materia. La risposta è che i mutui ai giovani (che in questo caso sono gli under 36) si fanno: è un mercato importante, perché sono clienti che pagheranno a lungo. Valgono il 40% della “produzione totale di mutui” mentre erano il 30% pochi anni fa. Qualcosa si muove, dunque, anche perché i tassi di interesse bassi aiutano chiunque.</p>



<p>La garanzia voluta dal governo Draghi interviene mettendo lo Stato quale garante fino all’80% dell’importo per chi ha&nbsp;meno di 36 anni, per mutui fino a 250 mila euro, con limitazioni per redditi considerati alti (ci torniamo). Ed è un aiuto, mi dicono dalla banca, perché rimuove la necessità di dare un anticipo alla banca.</p>



<p>L’aspetto più interessante della mia chiacchierata riguarda invece quel che i dati non possono dire. Ho chiesto: quanti mutui vengono rifiutati? Risposta: non c’è una vera differenza per classi d’età. Ma c’è invece una auto-selezione all’ingresso: “Chi sa di non poter comprare casa non si avvicina nemmeno all’idea, non cerca neanche informazioni online. C’è una consapevolezza rispetto all’opportunità”. Questo dovrebbe suggerire che gli interventi di garanzia danno più fiducia. Ma ci sono molti dubbi sull’efficacia di questi interventi dall’alto. Scrive Luciano Monti su Lavoce.info che altri governi avevano provato a dare le garanzie ma gli effetti <a href="https://www.lavoce.info/archives/86622/non-e-la-casa-il-problema-dei-giovani/">non si sono visti</a>, o si sono visti solo in parte. Sembra un dialogo tra sordi: lo Stato che vuole incentivare l’acquisto dice al nostro giovane, “Suvvia, investi con entusiasmo sul mattone”. Ma il nostro giovane guadagna troppo poco per pensarci e spesso non riesce nemmeno ad andarsene dalla casa di mammà.</p>



<p>C’è poi un paradosso che si può notare anche empiricamente. Nelle grandi città, Milano e Roma, si concentrano molte opportunità di studio e lavoro, molte ipotesi di crescita, anche se riconosco che parlare di geografia in questi tempi sia bizzarro. La garanzia del governo è scritta per aiutare chi altrimenti non ce la farebbe, e ci mancherebbe. Eppure non funziona. È la condanna della media: i numeri non mentono, i redditi degli italiani sono bassi, quelli dei giovani ancora più bassi. Dunque le garanzie e i benefici fiscali dell’intervento di Draghi sono limitati a chi ha un Isee (Indicatore Situazione Economica Equivalente) familiare inferiore ai 40mila euro. Tradotto: se come pretende l’immaginario collettivo siete in due e volete comprare casa, dovete guadagnare 20mila lordi a testa (dunque 1.355 euro netti al mese). Peccato che a Milano lo stipendio medio sia di <a href="https://milano.repubblica.it/cronaca/2021/05/16/news/stipendi_jobpricing_milano-301012701/">33.867 euro lordi</a>. Come avete fatto a vivere finora se (in media) la persona che vi passa&nbsp;accanto per strada guadagna il 65% più di voi? C’è poi il problemino del prezzo d’acquisto: se seguiamo i dati, comprare una casa a Milano costa <a href="https://www.ilgiorno.it/economia/prezzi-case-milano-1.6948996">5.798 euro</a> al metro quadro. Per un lussuoso appartamento da 65 metri sono 376 mila euro, 126 mila euro oltre la soglia dei 250 mila. Quindi niente garanzia, sorry. Ritentate.</p>



<p>Negli Stati Uniti, dove i millennials&nbsp;hanno anche 32.731 dollari di debito&nbsp;per gli studi fatti, sono più organizzati: il 18% dei millennials in affitto <a href="https://www.bloomberg.com/features/2021-millennials-are-running-out-of-time/">dice</a>&nbsp;già che ha ha deciso di affittare <em>per sempre</em>. Tra coloro&nbsp;che non ha&nbsp;ancora abbandonato la speranza, sei su dieci non ha il denaro per l’anticipo. In Italia, secondo&nbsp;<a href="https://www.lavoce.info/archives/86622/non-e-la-casa-il-problema-dei-giovani/">una ricerca</a>&nbsp;(fatta nel 2021, in via di pubblicazione), il 90% dei&nbsp;giovani tra i 18 e i 35 anni dice di “non essere interessato o di non avere le condizioni economiche” per un mutuo per la prima casa. Se fosse vero, qualcosa sta cambiando.</p>



<p>I numeri dicono invece che comunque, quando poi si può, la casa si compra. Ma mi inizio a chiedere anche se, un po’ alla volta, non stia nascendo una sorta di rifiuto, condito dalla disillusione. Perché mai devo comprare casa se prima o poi so che erediterò qualcosa?</p>



<p>Una conferma implicita (e irritata) arriva da un lettore di Ok boomer, che già qualche numero fa mi aveva scritto: “Lascerò a mia figlia, che non fa un cazzo, una casa da 300mila euro, cui si aggiungeranno quella di mia sorella e quella di mia cognata, e altri 300mila di conto in banca”. Non fa una piega, capisco l&#8217;irritazione, e non riesco a non pensare che oltre ai numeri tristi per una generazione&nbsp;ci debba essere la volontà del singolo di <em>fare</em>.</p>



<p>Andare via di casa non è più considerato <em>necessario</em> (di nuovo la condanna della media! &#8220;Se lo fanno gli altri&#8230;&#8221;) ed è un bel problema. Mi viene in mente quel che mi hanno detto in banca: “Storicamente la famiglia italiana tiene i soldi sul conto, non è la cosa più intelligente. E non sa programmare i passaggi generazionali”. Confermo, e vorrei organizzare una riunione con il mio lettore, la figlia del mio lettore, un foglio Excel, e qualche idea per distribuire meglio le risorse nel tempo e nello spazio. Magari funziona, e stiamo meglio tutti.</p>



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		<title>La strategia della pensione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[bpagliaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Oct 2021 10:01:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ok boomer]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se non segui le notizie della politica italiana minuto per minuto, è possibile che quel che ti racconto oggi risulti come una novità. In verità è un grande classico. Puntuale come il rimorso, quando le foglie diventano gialle e cadono dagli alberi nelle nostre città, il governo si deve occupare di presentare la legge di [&#8230;]</p>
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<p>Se non segui le notizie della politica italiana minuto per minuto, è possibile che quel che ti racconto oggi risulti come una novità. In verità è un grande classico. Puntuale come il rimorso, quando le foglie diventano gialle e cadono dagli alberi nelle nostre città, il governo si deve occupare di presentare la legge di bilancio al Parlamento. È la legge delle leggi, che serve anche per&nbsp;<em>spostare</em>&nbsp;dei soldi da un capitolo di spesa a un altro. E ancora più puntualmente in questa legge ci si occupa di pensioni, semplicemente perché la somma delle pensioni erogate dallo Stato vale un quarto della spesa pubblica italiana (212 miliardi di euro all’anno).</p>



<p>In un Paese che invecchia e dove il numero di pensioni erogate si avvicina a quello degli stipendi dei lavoratori, il costo per le pensioni può diventare un problema. Quando la spesa per le pensioni diventa&nbsp;<em>insostenibile</em>? Nel 2020 il rapporto tra spesa per le pensioni e Prodotto interno lordo, ovvero il valore dell’economia, è stato del 17,1%. Se l&#8217;economia vale 100 euro, 17 euro sono spesi in pensioni. In Germania e Francia il rapporto è (e sarà) più basso.</p>



<p>Quando si guarda una percentuale è bene considerare i due numeri che la compongono: è vero, nel 2020 il Pil è crollato perché c’era una pandemia in corso. E la spesa per le pensioni è portata ad aumentare proprio perché la popolazione invecchia. Nel 2020 questa spesa è però aumentata in modo innaturale&nbsp;perché il governo Conte I aveva approvato&nbsp;Quota 100 (a dimostrazione che non sono così giovane, a me Quota 100 fa pensare&nbsp;a&nbsp;<a href="https://www.youtube.com/watch?v=TpIACg1CoFs" target="_blank" rel="noreferrer noopener">questo 100</a>). La misura era stata voluta&nbsp;dalla Lega in quel governo di lungimiranza giallo-verde: l’altra misura costosa era stato il reddito di cittadinanza, voluto dal M5s.</p>



<p>Quota 100 funzionava così: permetteva di andare in pensione a chi aveva almeno 62 anni di età e versato almeno 38 anni di contributi (62+38=100). Il problema è che non ha funzionato granché, perché ha interessato molte meno persone di quelle che quel&nbsp;governo pensava di pre-pensionare. Al tempo stesso è&nbsp;costata molto, perché rispetto alla legge Fornero in vigore prima, permetteva di andare in pensione con cinque anni di anticipo (62 invece di 67). Soprattutto, è costata troppo, dicono gli economisti dell’Ocse perché la spesa per le pensioni &#8220;<a href="https://www.ilsole24ore.com/art/pensioni-corte-conti-all-ocse-chi-ha-bocciato-quota-100-AEj9t8g" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ha tolto spazio</a>&nbsp;a investimenti nelle infrastrutture, nell’istruzione e nella formazione, penalizzando i giovani, molti dei quali sono disoccupati e a rischio di povertà&#8221;.</p>



<p>Niente di nuovo, ma qui mi interessa quasi di più il metodo del merito. Sto parlando di Quota 100&nbsp;all’imperfetto perché, come era già noto quando lo si è deciso anni fa, la misura va cambiata. Non regge. Era una tipica legge pensata per i boomer, potremmo dire. Funziona così: fai una&nbsp;cosa sbagliata, ne sei&nbsp;pienamente consapevole, e dunque la&nbsp;fai lo stesso ma ne limiti&nbsp;la portata nel tempo.&nbsp;È come prenotare il dietologo mentre stai finendo con convinzione&nbsp;un vasetto di Nutella. Ci penseremo poi, ma il poi è già arrivato.</p>



<p>Ora, io ho molti amici boomer, e qualcuno in effetti è andato in pensione con Quota 100. Ma Quota 100 è di fatto una deroga. Cosa stanno dunque studiando i nostri partiti? Nessuno vuole passare come quello che priva gli italiani della pensione, perché finita la deroga si tornerebbe all&#8217;uscita a 67 anni. È vero che la legge Fornero è stata approvata nel 2011, quando il Paese rischiava il default. Ma è anche vero che la situazione dei conti pubblici italiani è migliorata per lo più virtualmente, perché la pandemia ha costretto tutto il mondo a fare debito senza preoccuparsene troppo.</p>



<p>Dunque, scrivono i giornali in queste ore: tutti i partiti sono d’accordo nel tentativo di superare Quota 100 in modo &#8220;graduale&#8221;. L&#8217;ipotesi è&nbsp;una Quota 102&nbsp;nel 2022 e una Quota 104&nbsp;nel 2023. E poi? Il metodo si replica. Pensiamo con lungimiranza a&nbsp;due anni e poi vedrà chi arriva. I sindacati, che in Italia rappresentano soprattutto i pensionati, gridano allo&nbsp;<a href="https://www.huffingtonpost.it/entry/la-protesta-dei-sindacati-sulle-pensioni-e-volutamente-miope-per-due-motivi_it_61713689e4b093143206d9f2" target="_blank" rel="noreferrer noopener">scandalo</a>. Come andrà a finire? Si discute e si scalpita, e alla fine un’intesa si troverà.</p>



<p>Tutto ok? Insomma. Ora che hai letto&nbsp;fin qui, in effetti, ti potresti chiedere,&nbsp;d’improvviso: “Ma aspetta, ho sbagliato canale? Questa non era una newsletter sulle generazioni? Non si parlava di futuro o perlomeno di avocado toast?” ESATTO. Il punto è che nel&nbsp;cuore del dibattito sui conti del Paese dei prossimi trent&#8217;anni, il pensiero è fermo a garantire i boomer. Di generazioni e futuro non si&nbsp;parla proprio, perché inesorabilmente non ragioniamo mai sulle conseguenze delle nostre scelte. Tamponiamo l’emergenza del minuto in corso, e domani vedremo. Così domani sarà indubbiamente più difficile.</p>



<p>Non tutte le scelte politiche sono uguali. Ma quando si parla di pensioni, lo sguardo di lungo periodo dovrebbe essere scontato. “Senza un aumento dell’età di pensionamento, i giovani dovrebbero rinunciare a quote crescenti del loro reddito per passarlo al crescente numero di anziani&#8221;,&nbsp;<a href="https://www.repubblica.it/commenti/2021/10/22/news/carlo_cottarelli_pensioni_governo_quota_102_quota_104-323244955/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ha scritto oggi Carlo Cottarelli</a>&nbsp;su Repubblica. Tutti conoscono la ricetta, in verità.</p>



<p>Poche righe fa scrivevo: nessuno vuole passare come quello che priva gli italiani della pensione. Ma stiamo sicuri che nessuno rischia di passare come quello che pensa agli italiani del 2050. E buon weekend anche a te!</p>



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		<title>Perché non siamo quitters</title>
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		<dc:creator><![CDATA[bpagliaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Oct 2021 14:15:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ok boomer]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questa è Ok boomer, qui puoi leggere i numeri già usciti e se vuoi inoltrarla a un amico (con o senza Green Pass), mi fai un grande regalo. E benvenuti ai nuovi iscritti! Prima di partire, un promemoria paradossale per una newsletter che si&#160;intitola&#160;come una generazione. Questo&#160;bel pezzo del&#160;New Yorker&#160;spiega puntualmente perché non esistano le generazioni, o [&#8230;]</p>
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<p>Questa è Ok boomer, <a href="https://www.coseinfila.it/ok-boomer/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">qui puoi leggere</a> i numeri già usciti e se vuoi inoltrarla a un amico (con o senza Green Pass), mi fai un grande regalo. E benvenuti ai nuovi iscritti!</p>



<p>Prima di partire, un promemoria paradossale per una newsletter che si&nbsp;<em>intitola</em>&nbsp;come una generazione. Questo&nbsp;<a href="https://www.newyorker.com/magazine/2021/10/18/its-time-to-stop-talking-about-generations" target="_blank" rel="noreferrer noopener">bel pezzo del&nbsp;New Yorker</a>&nbsp;spiega puntualmente perché non esistano le generazioni, o meglio perché dovremmo smettere di parlarne. Il problema, ammette l&#8217;autore, sono in verità le generalizzazioni che non riusciamo a evitare. Ma qui&nbsp;<a href="https://www.coseinfila.it/2021/09/24/cera-una-volta-una-promessa/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">abbiamo già parlato di etichette</a>, della loro imperfezione congenita. Quasi sempre i veri fattori a modificare le opportunità di un singolo hanno a che fare con classe, geografia, etnia, genere. Quindi accolgo il promemoria, eppure insisto: i millennials non sono affatto tutti uguali, ma in particolare in Italia, il tema generazionale mi sembra&nbsp;<em>ancora</em>&nbsp;rilevante.</p>



<p>Questa settimana mi sono incuriosito a leggere di un nuovo termine che descrive una particolare classe di lavoratori, soprattutto negli Stati Uniti. Vengono chiamati&nbsp;<em>quitters</em>, coloro che rinunciano, perché sono persone che scelgono di lasciare&nbsp;il proprio lavoro.&nbsp;Nel solo mese di agosto, negli Stati Uniti,&nbsp;sono stati&nbsp;<a href="http://bls.gov/news.release/jolts.t04.htm" target="_blank" rel="noreferrer noopener">4,3 milioni</a>, il 2,9% dell&#8217;intera forza lavoro. Da gennaio ad agosto hanno lasciato un posto di lavoro in 30 milioni. Non c&#8217;è&nbsp;<a href="https://www.washingtonpost.com/politics/2021/10/13/record-numbers-americans-are-quitting-their-jobs-theres-no-one-reason/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">una sola ragione</a>&nbsp;che possa spiegare il fenomeno, ma si possono fare una serie di considerazioni: chi lascia un lavoro&nbsp;<em>può&nbsp;</em>farlo e dunque spesso lo fa per trovarne uno migliore e guadagnare meglio, o vivere&nbsp;<em>meglio</em>. Il mercato c&#8217;è e cambiare non è considerato&nbsp;un tentativo disperato. Anzi. I settori più colpiti sono quelli del commercio e della ristorazione. Molte aziende rincorrono le nuove esigenze dei dipendenti che non vogliono rinunciare al lavoro remoto. Le cose cambiano.</p>



<p>Dunque leggevo dei&nbsp;<em>quitters&nbsp;</em>e provavo a pensare all&#8217;Italia.&nbsp;Non sono riuscito a trovare una statistica analoga, e nell&#8217;ultimo rapporto Istat sul lavoro, relativo al 2020&nbsp;c&#8217;è anzi il crollo delle dimissioni. Ma poi ho pensato:&nbsp;<em>it&#8217;s the economy, stupid</em>. In Italia la disoccupazione è al 9,3%. Dunque niente quitters. Anzi, l&#8217;ufficio, il lavoro è&nbsp;una delle arene dello scontro&nbsp;generazionale silenzioso: per le conseguenze sui redditi e in generale sulla coerenza tra identità e aspettative.</p>



<p>La promessa non mantenuta vale anche nella sfera professionale. Un report del think tank New America stima che gli americani con meno di 34 anni guadagnino in media il 20% in meno di quanto facessero i baby boomers negli anni Ottanta, nonostante livelli di studio siano superiori. Cosimo, 38 anni, pugliese-milanese, mi conferma i numeri con esattezza sconfortante. Del resto, fa il revisore dei conti in uno dei più grandi gruppi bancari europei. Mi spiega al telefono dal suo ufficio (il salotto di casa, al momento) come nascano le differenze in busta paga senza dare nell’occhio. “Le generazioni più anziane, che non hanno conosciuto il precariato e il lavoro flessibile, danno per scontati gli integrativi, che una volta erano abbondanti e ora miseri. Ora non è più così”, spiega. Rispetto al contratto nazionale dei bancari, l’integrativo offerto dalla banca dimagrisce e dunque il principale metodo per aumentare la propria busta paga sono gli scatti di anzianità. Due persone fanno lo stesso lavoro: probabilmente il più giovane ha una laurea e un master mentre il più anziano ha solo un diploma, ma hanno stipendi profondamente diversi.</p>



<p>La storia di Cosimo, comunque, fa sempre parte dell’insieme di chi viene portato a sentirsi fortunato: in Italia tre giovani occupati su dieci guadagnano meno di 800 euro lordi al mese.&nbsp;Non si può chiedere loro di progettare un futuro in queste condizioni.</p>



<p>Ma non è solo una questione di soldi, e al di là dei numeri, paradossalmente non ci sono solo effetti negativi: la cornice di precarietà ha modificato il ritmo con cui cambiamo lavoro. Non saremo&nbsp;<em>quitters</em>, ma sappiamo quanto sia&nbsp;improbabile che rimarremo nella stessa azienda per sempre.&nbsp;A volte cambieremo proprio mestiere, mentre i nostri colleghi meno giovani sono in gran parte nella stessa impresa in cui hanno iniziato a lavorare. C’è dunque un approccio più laico al lavoro: l’aspetto positivo di sentirsi costantemente messi alla prova è l’attitudine ad analizzare le situazioni, provare a capirle. Dunque: accettare compromessi ma sapendoli chiamare con il loro nome, o mettere in discussione pratiche abusate, in primis il labile confine tra lavoro e vita personale. Anche se troviamo lavoro nella migliore azienda del mondo, sappiamo bene che non ci staremo per sempre: il 38% dei millennials cerca lavoro anche se ne ha già uno, secondo una&nbsp;<a href="https://www.pwc.com/co/es/publicaciones/assets/millennials-at-work.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">survey</a>&nbsp;di Pwc. Chi sarà quell&#8217;utente privato che ha appena guardato il tuo profilo su LinkedIn?</p>



<p>In molte delle aziende dove lavoriamo siamo consapevoli che i nostri colleghi guadagnano di più di noi&nbsp;<em>soltanto</em>&nbsp;per questioni di anzianità. E sappiamo tristemente che probabilmente una collega femmina sarà pagata meno di un uomo, anche se svolge lo stesso compito, e forse ha studiato più di lui. Non è accettabile. Fino a ieri si è fatto finta di niente, ora il nodo non si può ignorare: è una bella sorpresa scoprire che quando un diritto, per esempio la parità di salario tra i generi, diventa standard, non è più pensabile tornare indietro. A proposito: la parità si raggiunge dal basso, la legge è utile ma non basta,&nbsp;<a href="https://twitter.com/martafana/status/1448618184291012609" target="_blank" rel="noreferrer noopener">come spiega Marta Fana</a>. Siamo ancora a metà del guado.</p>



<p>Uno dei problemi che i millennials riscontrano, secondo la survey di Pwc, è la difficoltà nel dialogo con il senior management. Il 38% del campione dice che i manager più importanti non coinvolgono i lavoratori più giovani; il 34% dice che la forte motivazione personale dei millennials è persino un problema nei rapporti con le altre generazioni. Tradotto: oltre al danno, c’è la beffa, perché i giovani sono pagati meno e criticati se hanno troppo spirito d’iniziativa, ovvero se non sanno stare “al loro posto”. Se lavori per tutta la vita nella stessa azienda, è facile accettarne i ritmi e le abitudini.&nbsp;Spesso le carriere dipendono anche da legami di fedeltà professionale. Il tempo non sembra un problema. Se invece sei stato assunto per un progetto e sai che l’amministratore delegato si aspetta dei risultati, lavori con più fretta. Questa è una vera e propria rivoluzione per i rapporti interpersonali, per la geografia degli uffici. Nel mirino c’è un totem indiscutibile fino a poco fa: l’organizzazione gerarchica.</p>



<p>È dunque molto divertente scoprire che qualche anno fa proprio Pwc abbia vissuto sulla propria pelle un caso da manuale. In una survey interna dei propri consulenti il gruppo ha scoperto che le istanze avanzate dai millennials sulla possibilità di lavorare da remoto, sul lavoro serale o sulla trasparenza dei compensi, erano in verità condivise anche dai colleghi più anziani. Solo che i nostri boomers cuor di leone, nonostante fossero più in su nella scala gerarchica, non osavano alzare la mano e chiedere di cambiare! Da quel momento l’azienda ha introdotto varie innovazioni che poi hanno migliorato la vita di tutti e sono tra l’altro risultate cruciali quando nel mese di marzo del 2020 gran parte degli uffici nel mondo sono stati chiusi per limitare la diffusione del coronavirus.</p>



<p>Quando l’ufficio diventa un click sull’icona di Zoom, come cambia l’organizzazione? Come si fa carriera su Zoom? Generazioni di lavoratori hanno trangugiato le abitudini e accettato la confusione tra presenza e presenzialismo. Cristina ha 26 anni e mi risponde un po’ sottovoce perché dove lavora, in un’azienda che produce il (meraviglioso) aceto balsamico di Modena, alla fine del primo lockdown, il capo ha fatto capire a tutti che era ora di “tornare a lavorare”, come se il lavoro fatto in remoto non fosse lavoro. “Penso di essere molto fortunata perché il mio contratto è stato rinnovato durante la crisi – dice Cristina, inconsapevole di mettere in scena ancora una volta la sindrome dell&#8217;impostore&nbsp;–, ma abbiamo ancora bisogno di cambiare mentalità. Nonostante l’evidenza, i capi sono scettici, ed è un eufemismo, sullo smart working”.</p>



<p>In una nota azienda pubblicitaria milanese l’amministratore delegato ha accolto i lavoratori dopo il lockdown con un’email con l’oggetto scritto tutto in lettere maiuscole. Diceva “LA FESTA È FINITA”, nonostante tutti i dipendenti avessero lavorato anche se chiusi in casa, e alcuni nonostante fossero in cassa integrazione.</p>



<p>I millennials possono avere grande stima di un capo, ma si chiedono perché mai dover restare in ufficio fino a che lo stesso capo non se ne sia andato. Chi lo capisce, si aggiorna. Gli altri continuano a perdere terreno, e grazie per aver letto fino a qui.</p>



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		<title>Diventare persone normali</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Oct 2021 13:57:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Questa è Ok boomer, qui puoi leggere i numeri già usciti e se vuoi inoltrarla a un&#8217;amica, mi fai un grande regalo. La scorsa settimana abbiamo parlato delle elezioni. La frattura geografica provincia/città sembra confermata. Sul fronte generazionale poco da segnalare, ma è interessante questa evoluzione rilevata da Swg sul voto dei giovani a Milano. Non decisiva, ma racconta qualcosa. Parlando di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Questa è Ok boomer, <a href="https://www.coseinfila.it/ok-boomer/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">qui puoi leggere</a> i numeri già usciti e se vuoi inoltrarla a un&#8217;amica, mi fai un grande regalo.<br><br><a href="https://www.coseinfila.it/2021/10/01/per-chi-votiamo/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">La scorsa settimana</a> abbiamo parlato delle elezioni. La frattura geografica provincia/città sembra confermata. Sul fronte generazionale poco da segnalare, ma è interessante questa evoluzione <a href="https://twitter.com/swg_research/status/1445765796215492617" target="_blank" rel="noreferrer noopener">rilevata da Swg</a> sul voto dei giovani a Milano. Non decisiva, ma racconta qualcosa.<br><br>Parlando di generazioni, mi ha colpito la proposta di <a href="https://twitter.com/CottarelliCPI/status/1445056468508610562" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Carlo Cottarelli</a>: premiare chi fa figli oggi con la promessa di una pensione anticipata. O meglio: sfornare lavoratori che possano presto pagare contributi. È interessante se non altro che si menzioni il problema-futuro, ma è illuminante il peso opprimente del punto di vista-presente, come dire, un po’ relativo. Dovremmo dunque metterci a fare figli perché siamo preoccupati per le pensioni dei boomer, non perché li vogliamo fare e, come dire, lo Stato ci tolga qualche pensiero con uno stock di innovativi (!) <a href="https://www.ilpost.it/2020/11/29/asili-nido-italia/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">posti negli asili nido</a>? Ok.<br><br>Negli scorsi giorni ho letto <a href="https://amzn.to/3lih3hx" target="_blank" rel="noreferrer noopener">l’ultimo libro di Sally Rooney</a>. In ordine, mi ha divertito e fatto pensare. È un libro che parla del tempo e di come lo usiamo, forse della paura di non usarlo bene, della distanza tra quel che pensiamo di essere e quel che ne pensa il resto del mondo. Dunque delle nostre vite. Mi sembra piuttosto coerente con lo sguardo alle generazioni di Ok boomer.<br><br>È anche e soprattutto un romanzo, c’è una <em>storia</em>, e al suo interno un romanzo epistolare, dove una corrispondenza via email tra due amiche accompagna in modo naturale l’evoluzione. La forma è sostanza: siamo abituati al multitasking, a <em>leggere </em>in contesti diversi, un tweet e subito dopo un’immagine. Fanno parte della giornata, quindi funziona leggere una lettera e poi un racconto in terza persona.<br><br>Ignorando le etichette generazionali che le sono state puntualmente applicate (“la scrittrice dei millennial”), Rooney scrive di se stessa e del presente che vede. La protagonista, Alice, è una giovane scrittrice di successo, ha già pubblicato dei libri con contratti milionari, ma si chiede se scriverà ancora. Ha la fama e detesta che i lettori dei suoi romanzi pensino a lei come persona e non soltanto ai suoi testi (“I keep encountering this person, who is myself, and I hate her with all my energy”). Insomma, ha successo ma non sa se è felice. Alice non è Sally, ma le assomiglia, pensiamo. Gli amici di Alice ovviamente vedono una storia diversa, fanno lavori normali e mal pagati, spendono gran parte dello stipendio in affitti cari per case brutte. Eileen lavora in una rivista letteraria. Felix in un magazzino (sembra un magazzino di Amazon), un lavoro che non ha scelto. Percorsi in cui il peso del caso è prevalente.<br><br>Alice incontra Felix precisamente per caso, o con un po’ di serendipity (quando ciò che è casuale diventa una scoperta felice), ovvero lo trova su Tinder. Il primo appuntamento va decisamente male, ma c’è una seconda occasione che la ricca scrittrice concede al povero magazziniere. Un po’ stereotipo, ma poi funziona.<br><br>Alice e Eileen vivono lontane per un po’, poi si riavvicinano, ma una non lo dice all’altra. Continuano a scriversi. Alice chiede ad Eileen: “What are you doing, anyway, if not emailing me? Don’t say working”, che è ovviamente quel che può dire una scrittrice che gestisce il suo tempo a una povera impiegata che invece <em>davvero, </em>ci spiegherà,nell’orario di lavoro non può rispondere a un’email. Mi rimane il dubbio, nel nostro tempo così misto. Davvero Eileen non aveva tempo di rispondere? Cosa ci può essere di più importante che scrivere ad Alice? Saper tenere una corrispondenza dovrebbe essere al giorno 1 del corso 1 di qualsiasi università.<br><br>Ma alla fine quelle tra persone sono solo scintille. Il problema è con il contesto. Quando Alice va in un negozio, l’offerta variopinta di brand che competono per diventare il suo pranzo in scatole mono-porzione scatena un senso di colpa occidentale (e ambientale) perché le fa immaginare la fatica invisibile di quella maggioranza della popolazione mondiale che si spacca la schiena nelle piantagioni di grano e caffè, tutte quelle combustioni fossili, i trasporti, tutte dannatamente <em>utili</em> a confezionare il suo stupido pranzo. Tutto è politico, e universale. Dal panino ai massimi sistemi, quasi senza accorgercene. Dunque ogni cosa è difficile da affrontare e diventa insostenibile.<br><br>L’ansia generazionale, una certa sensazione di essere incompleti, è su tre piani: rispetto a se stessi, e dunque al lavoro, che ci dovrebbe definire. Rispetto ai legami personali che riusciamo a costruire tra le interruzioni delle nostre giornate. E poi rispetto al mondo che ci si svolge accanto disordinato. Anzi, c’è una frase di Eileen, in un&#8217;email ad Alice, che mette persino in contrapposizione i piani:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><em>When we should have been reorganising the distribution of the world’s resources and transitioning collectively to a sustainable economic model, we were worrying about sex and friendship instead. Because we loved each other too much and found each other too interesting.</em></p></blockquote>



<p><br>Sembra quasi un’assoluzione, dunque, ma non è una soluzione. Non ci è possibile risolvere i problemi del mondo, dunque almeno occupiamoci l’uno dell’altro, come <em>normal people</em>. Negli altri libri di Rooney la trama era più o meno: <em><a href="https://www.washingtonpost.com/opinions/2021/09/23/sally-rooney-beautiful-world-shifting-millennial-zeitgeist/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">disaffected young people</a> with poor communication skills have sex, find themselves hurt and eventually, sort of, work it out. </em>In questo i protagonisti diventano normali, disillusi ma più felici, forse soltanto un po’ adulti. Possiamo almeno provarci.</p>



<p></p>



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		<title>Per chi votiamo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[bpagliaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Oct 2021 07:52:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ok boomer]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel&#160;primo numero&#160;ho spiegato perché ho scelto di farla nascere, nel secondo ho scritto di&#160;una promessa.&#160;Oggi parliamo di elezioni. Il voto di domenica e lunedì per eleggere i sindaci di molte delle grandi città d’Italia dovrebbe&#160;confermare una situazione che già conosciamo, e che è comunque sorprendente. Tutti sappiamo che vivere in città non è uguale a [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nel&nbsp;<a href="https://www.coseinfila.it/2021/09/17/ok-boomer-partiamo/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">primo numero</a>&nbsp;ho spiegato perché ho scelto di farla nascere, nel secondo ho scritto di&nbsp;<a href="https://www.coseinfila.it/2021/09/24/cera-una-volta-una-promessa/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">una promessa</a>.&nbsp;Oggi parliamo di elezioni. Il voto di domenica e lunedì per eleggere i sindaci di molte delle grandi città d’Italia dovrebbe&nbsp;confermare una situazione che già conosciamo, e che è comunque sorprendente. Tutti sappiamo che vivere in città non è uguale a vivere in&nbsp;<em>provincia.&nbsp;</em>Eppure è&nbsp;singolare che in un Paese in cui i sondaggi ci dicono da anni che la maggioranza dei cittadini voterebbe per i partiti di destra, nella gran parte delle grandi città i sindaci potrebbero essere soprattutto di sinistra. C’è un divide geografico che ci pare di aver già visto anche in grandi eventi della storia recente, come Brexit, che va spiegato con ragioni variopinte. Queste sono elezioni per il sindaco: la persona conta più del partito. Ma l’incoerenza in qualche modo rimane.<br><br>Mi sono chiesto se esista però anche un divide generazionale e se abbia una qualche influenza sul voto. La risposta breve è: no. La risposta più articolata descrive bene il problema che vuole affrontare questa newsletter. Le generazioni più giovani sono minori per numero e dunque meno interessanti per chi si deve fare eleggere. I deboli partiti del desolante scenario politico italiano non hanno forza o idee per andare a prenderli perché troppo occupati dal rincorrere la fascia dell’elettorato più robusta numericamente. Così spesso le generazioni più giovani votano in modo meno fedele e a volte (ma non sempre, in verità) votano meno, prendendosi poi il rimbrotto per non essere state in grado di esercitare il diritto di voto. Ok boomer, proviamo a ricostruire. È un circolo vizioso, ovviamente, e da qualche bisogna partire.<br><br>Ho provato a chiedere a chi ne sa più di me, e&nbsp;<a href="https://twitter.com/lorepregliasco" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Lorenzo Pregliasco</a>, co-fondatore di YouTrend, si è presentato al caffè che avevamo organizzato per parlarne, a Torino. Siamo finiti a parlare così a lungo che ci siamo dimenticati di ordinare il caffè, ma recupereremo. Pregliasco mi ha confermato che non c’è, in effetti, un divide generazionale nel voto. Ma forse questo è parte del problema. Partiamo dall&#8217;anagrafe delle&nbsp;città: la popolazione residente è spesso mediamente più anziana della popolazione che ci vive ma non è residente, e dunque non può votare. Bologna, per esempio, ha più di centomila studenti:&nbsp;fanno parte della città, ma spesso non sono residenti.<br><br>C’è anche una caratteristica italiana, secondo Pregliasco, che va considerata. Storia recente: nel 2013 “c’era stato un solco notevole nel voto ai 5 stelle. Non solo era stato il primo partito, ma il partito egemone nella fascia più giovane. Nel 2018 invece il solco si è molto appianato”. Il progressivo crollo dei consensi del Movimento 5 Stelle assomiglia a un’ennesima illusione perduta. Ma è l’assenza del sistema bipolare tipico del Regno Unito e degli Stati Uniti a rendere complicato individuare una vera divisione. “La frammentazione dei partiti porta a una volatilità di voto molto forte, non c’è un partito dominante”, dice Pregliasco prima di ammettere, ed è il punto chiave, che “il voto giovane conta quel che conta in un paese vecchio. Nel momento in cui chi fa politica deve assumere decisioni, deve comunicare, si chiede quanti siano gli elettori delle varie generazioni, e quanto vadano a votare”.<br><br>È dunque vero che i giovani votano meno? Alle ultime consultazioni che hanno coinvolto tutto il Paese, le Europee del 2019, l’affluenza totale è stata del 54,5%. Nella fascia 18-24 anni&nbsp;<a href="https://www.politichegiovanili.gov.it/youthwiki/panoramica/5-partecipazione/52-partecipazione-dei-giovani-alla-democrazia-rappresentativa/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ha votato il 43,6%</a>&nbsp;degli aventi diritto,&nbsp;ma in quella 25-39 (i millennials) ha votato il 57,2%, dunque più della media. Osserviamo un fenomeno in movimento. Le presidenziali americane che hanno eletto Joe Biden hanno visto raddoppiare il peso degli elettori millennials e Generazione Z (nati tra il 1995 e il 2010),&nbsp;<a href="https://www.economist.com/united-states/2021/05/14/a-new-analysis-uncovers-the-demographic-shifts-that-led-to-joe-bidens-victory" target="_blank" rel="noreferrer noopener">passati dal 14% del 2016 al 31% del 2020</a>. I boomers sono diminuiti dal 61% al 44%. Anche gli Stati Uniti invecchiano, ma non velocemente come l’Italia. Dunque è difficile immaginare che nel 2023 alla scadenza della&nbsp;legislatura in corso&nbsp;i millennials siano altrettanto importanti.<br><br>Pregliasco mi dice che “una delle componenti fondamentali dell’astensionismo è la disillusione”. In parte sono persone che hanno avuto una fase di impegno e poi ci hanno rinunciato, in parte persone che non hanno proprio mai pensato di&nbsp;<em>poter contare</em>. Mentre parlava, mi veniva in mente&nbsp;<a href="https://amzn.to/39QTQN5" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Identity</em></a>&nbsp;di Francis Fukuyama. Poi sono andato a cercare tra le note sul mio Kindle e ho trovato questo passaggio sul&nbsp;<em>thymos</em>, l’anima:</p>



<p><em>[when human beings] receive that positive judgment, they feel pride, and if they do not receive it, they feel either anger (when they think they are being undervalued) or shame (when they realize that they have not lived up to other people’s standards).</em></p>



<p>I millennials alle elezioni, finora, hanno capito chiaramente di essere l’amico non invitato alla festa. O meglio, l’amico che se viene va bene ma se no, insomma, la festa si fa lo stesso. Aggiunge però Pregliasco: “I giovani hanno ragione di pensare che l’attuale meccanismo non funzioni per loro. Ma probabilmente se la prendono con avversario sbagliato: non è colpa del capitalismo, ma del divario generazionale”. Il <a href="https://www.theguardian.com/politics/2021/sep/20/eat-the-rich-why-millennials-and-generation-z-have-turned-their-backs-on-capitalism" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Guardian</a> ha infatti scritto qualche giorno fa che otto giovani britannici su dieci incolpano il capitalismo per la difficoltà di trovare una casa. Il 67% vorrebbe vivere in un sistema economico socialista. Ma non liquiderei così in fretta la peggior forma di governo dell’economia, eccezion fatta per tutte le altre. Tocca alla politica riprendersi il primato, semmai questi numeri dimostrano la domanda di politica.<br><br>C’è dunque la politica Netflix, termine reso popolare in Italia proprio da Pregliasco per descrivere l’interventismo di figure “non partitiche, non elettorali” su singoli temi politici, dalla legge Zan al cambiamento climatico. Ci sono le marce per il clima, appunto, la raccolta firme online per il referendum sulla cannabis, l&#8217;attivismo da Instagram che appare ben più attraente di quell&#8217;amico che condivideva sul vecchio profilo Facebook qualsivoglia petizione.<br><br>Ma alla fine per il povero sindaco, per il poverissimo consigliere comunale, per quella città in cui forse abbiamo solo lasciato la residenza, o per la città che ci vive accanto mentre la nostra dieta mediatica mastica inglese e il lavoro remoto illude di abbattere la geografia, insomma, per questa gracile e concreta città, davvero andremo a votare? Ci interessa moltissimo quel che succede proprio sotto casa, ma già superato l’angolo, forse, ci sembra più lontano che mai. Pregliasco mi riporta sulla terra dal ragionamento e mi dice, semplicemente: per molti dei più giovani “non dai davvero per scontato che rimarrai lì, in quella casa, in quella città. Per una generazione più adulta cambia tutto, perché ti immagini lì”. E il tuo voto pesa.<br><br>Non la risolveremo qui e oggi, capisco, e quindi voglio chiedere a Lorenzo del suo lavoro. Perché ora posso svelare a chi non lo sapesse (l’avrete visto in una delle centinaia di dirette tv che si fa ogni anno), che Lorenzo ha 34 anni e ha fondato, dieci anni fa, la sua agenzia. Un’agenzia che studia la politica fondata da un ventiquattrenne, in Italia. Sorpresa? Le cose hanno funzionato. “C’è una dose di diffidenza e paternalismo molto significativa finché non hai almeno cinquant’anni”, mi dice ora, sorridendo, e come dargli torto. Quel che dice dopo è il consiglio più semplice e complicato: “All’inizio, senza molta esperienza, abbiamo lavorato molto sui contenuti. Abbiamo costruito un’operazione per cui erano i contenuti a parlare per noi”. Almeno i contenuti non hanno un’età. È quasi un programma di governo, e grazie per aver letto fino a qui.</p>



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